venerdì 29 maggio 2015

Ti ho scritto una lettera

Oggi ho ritrovato una lettera che ho scritto per te il primo giorno.
Poche parole su un foglio a quadretti, tanti ripensamenti, come mi capita quando voglio mettere ordine ai pensieri.
Non l'ho nemmeno finita.
Ma l'ho recitata nella mia testa almeno un milione di volte, sicura che tu già sapessi – ancora sentissi – quello che ti volevo dire.

mercoledì 18 marzo 2015

Non abiti più qui

Ci sono giorni in cui mi dimentico che non abiti più qui – e mi ritrovo costantemente in attesa della tua voce che mi cerca. Mi dimentico che non abiti più qui e scendo le scale per venirti a trovare, scoprendo poi che quel divano scomodo rimarrà d'ora in avanti vuoto.
Mi dimentico che non abiti più qui e quando ti vengo a trovare ti saluto dicendo vado di sopra, ci vediamo dopo. E tu mi rispondi va bene, vai.

martedì 3 marzo 2015

Love interrupted, 1

Non riuscivo a capire come ci si dovesse sentire a essere lui, solo a quel bancone del bar, circondato da amici che non osavano chiedergli cosa si nascondesse al di là del solito sorriso sghembo appiccicato sulla faccia. Eravamo passati dall’essere curiosi sul motivo dell’assenza di lei al non essere tanto audaci da chiederlo, e lui non si era mai sforzato di dare spiegazioni.
Solo una volta, forse a causa di qualche bicchiere di troppo, si era lasciato scappare con me, una sconosciuta di cui aveva faticato a imparare il nome, che ci si sposa per passare più tempo assieme – e allora non capiva come mai stessero crescendo distanti, come mai lei si fosse trasferita a dispetto di quello che avevano deciso di dirsi, qualche anno addietro.
A nulla servono le frasi di circostanza quando non sai che cosa dire, quando non puoi sapere cosa vuol dire. Da tempo, senza quasi che ce ne accorgessimo, la fede era sparita dalle sue dita e della sua esistenza non era rimasto nemmeno il segno sulla pelle.

lunedì 2 febbraio 2015

Dimentica-to

Guardarla cercare nei miei occhi un appiglio per non scivolare - e non sapere come dare un nome ai tratti di un volto che aveva visto per venticinque anni.
Provare, e fallire.
Confondersi, correggersi, e lasciar defluire la correzione.

Credo che la sconfitta sia più grande per chi viene dimenticato. Perché chi dimentica non è probabilmente più nemmeno in possesso di se stesso, e pertanto non può sentirsi sanguinare il cuore.
Sì, la sconfitta è di chi rimane, impotente, a guardare.

martedì 20 gennaio 2015

Poche cose, di passaggio

Non aggiorno questo spazio da troppo tempo, ma mi mancano le parole. 
Questo non significa nulla, però. Potrei impegnarmi di più. Già.
Ma sto scrivendo, sia ben chiaro. Poco, ma quello che voglio dire lo dico.

Ho iniziato questo 2015 con un progetto interessante, a mio avviso. Conto di avere la costanza e la determinazione per riuscire a portarlo a termine - mi sentirei sconfitta se così non fosse, vorrei ammetterlo qui.

E poi ci sono i soliti impegni di inizio anno, ma non per questo meno interessanti. 
I film, gli Oscar - tra l'altro in nomination moltissimi dei film che avevo già in programma di vedere. Ottimo, direi. 

Boyhood
Selma
The Theory of Everything
Whiplash
American Sniper
The Imitation Game
Birdman
The Grand Budapest Hotel

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Ho visto tutti i film prima di ieri sera, notte degli Oscar, senza mai addormentarmi. Sono soddisfazioni.
Posso dire che mi sono piaciuti un po' tutti? L'unico che mi ha lasciato un po' con l'amaro in bocca, ripensandoci, è Boyhood, ma avevo anche delle aspettative non indifferenti. Sul piano-sequenza infinito in Birdman (e più in generale sul film) non aggiungerò altre parole, tutto meraviglioso.
Ho pianto sentendo Glory in Selma, Benedict Cumberbatch mi è piaciuto quasi più che in Sherlock, Bradley Cooper ha fatto davvero un bel lavoro in American Sniper. E J.K. Simmons mi ha fatto venire l'ansia in Whiplash. Eddie caro, sei carino e tanto bravo, ma forse non sono contenta di come siano andate le cose, ci devo ripensare.
Ecco, forse più dei film in sé quest'anno forse mi sono soffermata a osservare le interpretazioni.

venerdì 27 giugno 2014

Io, personalmente, mi indispongo tantissimo

Montale vuole scrivermi la dedica, ma ha un momento d'esitazione. Non vorrebbe scrivere «A Bonora», ma, più affettuosamente, «A Ettore», senonché gli sfugge per un momento il mio nome di domatore di cavalli e di scuotitore d'elmo. Me lo chiede dunque, un poco confuso dall'amnesia. Meglio così che commettere la gaffe di un critico d'arte, del quale avevo presentato un volume, che me lo dedicò scrivendo «A Ercole Bonora», con una frase piena di elogi che il tacere è bello. I nomi sono assurdità volute dai nostri genitori. Mi potevano anche chiamare Ercole o, per colmo d'ironia, rinnovando il nome del mio bisnonno paterno, Sperindio. Il mio destino non sarebbe per questo cambiato, come niente è dipeso dal chiamarmi come mi chiamo. Perché uno si secca se gli cambiano il nome per sbaglio?
Ettore Bonora, Conversando con Montale

mercoledì 21 maggio 2014

Nice to meet you, Mr Salinger

Molto spesso si è portati a dimenticare che dietro a uno scrittore si nasconde, prima di ogni altra cosa, un uomo. Un uomo esattamente identico a quello che giorno dopo giorno si appresta a portare avanti la sua vita nel più consueto dei modi. Un uomo che il più delle volte si getta la propria vita alle spalle – quella vera, ripetitiva, banale – per lasciarla al margine di tutte le storie che sarà in grado di raccontare.
È in questi casi che lo scrittore si eleva dalla sua condizione di uomo, e la sua umanità quasi non gli appartiene più: la sua opera ci arriva spogliata di tutti quei riferimenti che potrebbero ridimensionarne la portata – e allora un nome non ha più volto, ma solo parole che lo accompagnano e identificano.
Perciò ti puoi trovare a provare commozione di fronte allo scrittore che non è forse mai stato un uomo perfetto, ma che preferiva affidare la perfezione alla sua scrittura. Puoi mettere da parte la sua inevitabile incapacità di relazionarsi con gli altri, il suo inspiegabile attaccamento alle donne molto più giovani di lui, lo stacanovismo egoista, le decisioni discutibili, e sospendere il tuo giudizio, perché davvero non ti interessa giudicare l'uomo. Ma non puoi fare a meno di sentire il cuore stringersi quando arrivi a percepire l'umiliazione di un amore finito, gli orrori di una guerra che ha restituito un'anima impregnata di desolazione, il desiderio di una grandezza raggiunta senza compromessi, e finalmente riposizionare i tasselli proprio dove devono andare, capendo che la vita – quella difficile, tormentata, imperdonabile – ha plasmato le parole.
Credo che Salinger provasse un disperato bisogno di farsi capire, di far capire il disagio e la fatalità della vita, e l'imprevedibilità del comportamento umano, e che il solo modo per farlo fosse raccontare delle storie. Storie che giustificassero il suo modo di essere senza necessariamente farsi portavoce della sua umanità, così turbata e imperfetta come le storie, nella forma, non dovevano essere. Ecco, dunque, come forse si spiegano la caparbietà, la persistenza, le scelte: tutto in funzione di qualcuno a cui dare la possibilità di carpire la sua vera essenza in parole incontaminate, pure come la vita stessa non sa essere. E in ciò viene anche racchiusa la decisione, ultima, di abbandonare il mondo – dopo che Holden Caufield ha preso prepotentemente il suo posto – per vivere a Cornish, lontano da una notorietà a lungo sperata che si rivela ingestibile, pesante.
Ma la scrittura, quando diventa unica ragione di vita, non la si può abbandonare del tutto...

Noi siamo qui, Jerry. Di sicuro leggeremo tutto quello che ancora non ci hai fatto leggere.


Salinger – Il mistero del giovane Holden non è stato niente di più o di meno di quello che ci si può aspettare: un collage di testimonianze di persone che lo conoscevano, che lo amavano come scrittore, che lo rispettavano, che non lo sopportavano. Proprio come un documentario dovrebbe essere. Due ore per ricostruire la storia di uno degli scrittori più sfuggevoli del Novecento, infarcita di dettagli più o meno inediti e rivolta all'esplorazione dell'uomo, molto più che dello scrittore.
Ma per quanto mi riguarda posso dire che in questa inevitabilmente calcolata trasposizione ho davvero avvertito i disagi e le difficoltà di un uomo che forse non era tagliato per vivere con altre persone, forse avrebbe preferito che la vita fosse un libro da riempire con le sue parole. La compassione mi ha più volte portata alle lacrime, e mi è difficile spiegare oltre.
Una cosa in più però la vorrei dire: quando un Philip Seymour Hoffman sorridente si è messo a difendere Salinger, dicendo che chiunque non abbia sperimentato una fama travolgente non può capire la necessità di lasciarsi tutto alle spalle, ecco, lì non mi sono più riuscita a trattenere.

martedì 29 aprile 2014

Testarda, burbera, dolce Olive Kitteridge

Quello che i giovani non sanno, pensò Olive mentre si sdraiava accanto a quell'uomo, con la mano di lui sulla spalla, sul braccio; oh, quello che i giovani non sanno.
Non sanno che i corpi anziani, rugosi e bitorzoluti sono altrettanto bisognosi dei loro corpi giovani e sodi, che l'amore non va respinto con noncuranza, come un pasticcino posato assieme ad altri su un piatto passato in giro per l'ennesima volta. No, se l'amore era disponibile, lo si sceglieva, o non lo si sceglieva. E se il piatto di Olive era stato pieno della bontà di Henry e lei lo aveva trovato gravoso, limitandosi a mangiucchiare qualche briciola alla volta, era perché non sapeva quello che tutti dovrebbero sapere: che sprechiamo inconsciamente un giorno dopo l'altro.
E perciò, se l'uomo accanto a lei non era il genere d'uomo che lei avrebbe scelto prima di allora, che importanza aveva? Molto probabilmente neanche lui avrebbe scelto lei. Però erano lì, e Olive immaginò due fette di formaggio svizzero premute insieme, i buchi che ciascuno dei due aveva da dare a quell'unione, i pezzi che la vita ti levava di dosso.
Olive aveva gli occhi chiusi, e la sua anima stanca era attraversata da ondate di gratitudine, e rimpianto. Immaginò la stanza piena di sole, le pareti accarezzate dai raggi, i cespugli là fuori. Il mondo la confondeva. Non voleva ancora lasciarlo. 
Elizabeth Strout, Olive Kitteridge 

martedì 22 aprile 2014

Sei a casa?

Sei a casa?
È il rumore dei passi al piano di sopra che risveglia la sua coscienza addormentata. Così come un vaso di fiori appassiti alla finestra, le pentole sul fuoco, i panni ammucchiati nel cesto, pronti per essere stesi.
Dura un attimo – una frazione di tempo talmente limitata da risultare impercettibile persino a chi del tempo può dire di avere una discreta consapevolezza.
E il dormiveglia, quell'autistico intorpidimento dei pensieri, in fretta le vela gli occhi, ormai di nuovo vitrei e spenti.
Sei a casa?
Sono a casa. Sono a casa. Sono a casa.

E non importa più se la casa di cui parli sia la stessa di sempre o un'altra di cui non ho conoscenza, perché la abiti meno di quanto il tempo te lo conceda.

sabato 18 gennaio 2014

Oscar 2014 - Miglior film

Quest'anno mi piacerebbe non limitarmi ai titoli di questa lista - ho già adocchiato qualche pellicola interessante -, ma per adesso parto da qui.
Un po' in ritardo, aggiungo.
Si comincia stasera.

12 anni schiavo
Philomena
American Hustle
Nebraska 
Captain Phillips 
Dallas Buyers Club 
Gravity 
The Wolf of Wall Street 
Her

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Note
Sono riuscita a vedere tutti i film della lista prima della premiazione. E qualcuno in più.
Mi sono sentita brava, lo ammetto.
Adesso, i voti?



12 anni schiavo: 8.5
Philomena: 7/8
American Hustle: 7.5
Nebraska: (posso non dare un voto? Mi ha annoiato profondamente)
Captain Phillips: 8+
Dallas Buyers Club: 8.5
Gravity : 7
The Wolf of Wall Street: 6/7 (do un 9 a Di Caprio, però)
Her: 6