giovedì 30 dicembre 2010

Mordersi l'anima

Non erano amici.
Non si potevano definire nemmeno conoscenti.
E non erano poi neanche così simili.
Non c'era niente a tenerli legati.
Niente che giustificasse il loro rapporto.
Niente, se non quegli incontri ritagliati grossolanamente in due vite completamente differenti.
Ma in quei momenti, una cieca passione bruciava nei loro occhi spaventati, e un'indomabile furia li colpiva e li trascinava in un groviglio di lenzuola ruvide.
Si afferravano, si prendevano con atroce desiderio, si annullavano nell'estasi di un gesto tormentato, e non sentivano altro bisogno se non quello di mordersi l'anima l'un l'altra, quel tanto che basta per farla sanguinare, quel tanto che basta che sentirne l'odore tiepido nelle narici, quel tanto che basta per assaporarne il gusto deliziosamente dolciastro.
E niente più.
Non c'era davvero niente a tenerli legati.
Perché anche in quegli indefinibili istanti passati assieme, il grido della loro individuale disperazione si mescolava all'amarezza di non volersi e non potersi amare davvero.

sabato 4 dicembre 2010

Avere vent'anni

Mi ricordo quando avevo vent’anni. Mi sentivo grande.
Niente mi ridarà più quella sensazione di sicurezza che mi si irradiava dentro, come una luce, attraversandomi tutto, dalla punta delle dita fino a lì, al cuore. Me lo sentivo battere all’impazzata, a vent’anni.
Mi sentivo importante, io, pur non essendo un granché.
Ma avevo vent’anni. Avevo la vita tra le mani.
Mi ricordo che camminavo per la mia città con uno strano sorriso stampato sulle labbra, il malizioso sorriso di chi sa di poter avere tutto pur non chiedendo niente.
Ci si sente potenti, a vent’anni. Non si hanno le preoccupazioni degli adulti, non si cerca di dare importanza al prossimo futuro, si pretende di far finta di essere grandi pur non essendolo davvero, si può ancora giocare con la consapevolezza di non dover rientrare troppo presto. Si azzarda, per le prime volte, sapendo di potersi permettere ancora per un po’ quella leggerezza di pensiero e inconsistenza delle azioni tipiche dell’età appena lasciata, ma reclamando una maturità ancora estranea. È come una nuova adolescenza.
Ma non ci si sente fragili, a vent’anni. Ci si sveglia esploratori di un mondo mai notato prima, nonostante fosse sempre stato a portata di mano. Ma la luce è diversa: tutto brilla, tutto è nuovo, tutto deve essere toccato, gustato, esalato, respirato... vissuto.
Ti senti il ritmo della vita nel petto, a vent’anni.
Cammini a testa alta, incroci con gli occhi qualcuno, e non puoi fare a meno di chiederti: “Sarà invidioso di me? Saprà che ho vent'anni?”.
Ma fuggi via, non ci pensi molto, perché la vita è veloce a quell’età. Non riesci ad assaporarla a pieno, a frugare con lo sguardo in ogni suo angolo, che ti ritrovi con qualche anno in più, intento a osservare ragazzi più giovani di te, che si sentono forti in edifici ingrigiti dal tempo, tra i banchi consumati da giorni di nuove esperienze, che sperimentano l’amore per le prime volte, che si muovono senza pensieri, mai angosciati a quell’età, che sentono per la prima volta lo sfarfallio di vita nelle vene, che tremano per il calore intrinseco del mondo, che respirano il profumo dolciastro di quell’età tanto sognata.
E tu rimani a chiederti se non avrai perso qualcosa per strada.
Rimani assorto, nella sola compagnia di perfide rughe che avvolgono nella loro morsa indifferente i tuoi occhi spenti, rubando anche l’ultimo tuo barlume di vivacità.
Ti chiedi, superiore, cosa c’era di tanto speciale.
Ma nel profondo sai di rimpiangere di non poter tornare più indietro.


[A quel Preside, che forse più di tutti mi ha ispirato tutto questo...]

lunedì 29 novembre 2010

I Have A Dream...

...ma non lo svelerò a nessuno.
Qualcuno potrebbe decidere di rubarmelo.


Lo metterò nella mia Cassetta dei Desideri: se sarò abbastanza coraggiosa e determinata, lo ripescherò.
Se avrò fiducia in me stessa, nelle mie capacità... ci proverò.
Prima o poi...

mercoledì 3 novembre 2010

Il lutto

Si guardò allo specchio per l’ultima volta prima di uscire.
Aveva indossato il suo abito migliore quel giorno. Voleva che tutto fosse perfetto, che l’eleganza trasparisse prima del suo dolore.
La giovinezza aveva lasciato da tempo il suo viso, proprio come erano volati via i momenti passati assieme. La pelle non più tesa delle guance agognava per un ultimo bacio, consapevole che il tempo per averne un altro era ormai finito. Gli occhi grigi dietro alle lenti lasciavano percepire il mare di lacrime pronte a sgorgare al solo battito di ciglia. Le labbra increspate dall’amarezza tremavano davanti a quel riflesso di solitudine.
Lui non c’era più.
Davanti a quello specchio, ricordava ogni secondo della loro vita con tenerezza, e il sorriso che rare volte si lasciava sfuggire era inconsapevole del grande dolore che in realtà le stava squarciando il petto.
Ma gli aveva promesso di non piangere. Non ce n’era bisogno, diceva lui. Quando sai di aver vissuto la tua vita regalando la parte migliore di te alle persone che ti stanno accanto non si devono avere rimpianti.
Era molto concreto lui. Aveva poche, ma ferme certezze. Sapeva come comportarsi in ogni momento, non tergiversava in inutili attese, era convinto di ogni sua decisione.
Sapeva cosa fare, sempre. Sapeva come prenderla, con dolcezza e naturalezza.
Se doveva farsi perdonare, le regalava un fiore.
Se doveva comunicarle una brutta notizia, la portava in pasticceria: niente è meglio di una buona fetta di torta al cioccolato per far passare le angosce della vita, le ricordava sempre.
Se sentiva il bisogno di farle rivivere un momento magico, la portava in riva al fiume, dove si erano scambiati il primo bacio sotto la pioggia... Chissà come ci erano finiti poi in riva al fiume nel bel mezzo di un temporale, aveva ripensato spesso.
Era semplice, come piaceva a lei.
Era l’amore della sua vita.
Ne sentiva terribilmente la mancanza adesso. Le mancavano la forza, la sicurezza, la gentilezza, la praticità del marito, tutte cose che le servivano in un momento come questo, quando si sentiva più impacciata che mai, sola, senza chi le dicesse come doveva rivolgersi a chi veniva per porgerle le condoglianze, senza sapere come stare in mezzo a chi non avvertiva la sua pena, senza un braccio a cui appoggiarsi per scendere le scale, senza qualcuno che le offrisse la giacca se sentiva freddo, come faceva sempre lui, l’unico a sapere quanto non riuscisse a sopportare una giornata invernale.
Freddo... era quello che sentiva, freddo, nelle ossa, nella mente, nel respiro gelido di una casa vuota, nell’animo abbandonato ai ghiacci della sofferenza.
Ma non doveva piangere. Lui non avrebbe voluto.
Si diede un’ultimissima occhiata. Sapeva che fuori una macchina la stava aspettando per accompagnarla in chiesa, ma decise di indugiare ancora un attimo allo specchio. Attese quella che le sembrò una vita intera, ma non successe niente.
Era davvero sola nella casa.

Momenti - Premessa

Inauguro quella che è la mia nuova raccolta di Momenti.
Sono pensieri che mi nascono per caso nella mente, che elaboro da versi di poesie o canzoni, scene che colgo per caso dalla vita di ogni giorno, senza una necessaria consequenzialità temporale... Non tutto ha un inizio, non tutto ha una fine.
Come sempre, non sarò molto costante nella pubblicazione.
Mi scuso, sperando si possa comunque apprezzare il risultato.

domenica 17 ottobre 2010

Work In Progress


Purtroppo, è da un po' che non scrivo più. O meglio, purtroppo è da un po' che non scrivo più in questo blog.
Non mi piace dover dire che aver ripreso l'università mi toglie più di una parte del tempo che prima dedicavo alla scrittura, ma è proprio così. Non ho troppo tempo.

Ma forse, l'avere poco tempo mi ha aiutato a sviluppare una nuova idea: raccogliere frammenti di vita, rubati a chi cerca di nascondersi tra le mura di una quotidianità che non vuole essere violata. Storie completamente inventate, ma con un'alta probabilità di essere, in qualche luogo sperduto del mondo, reali. Un insieme di racconti alla Milan Kundera, esagerando ovviamente, non sono così brava. Tante vite che si intrecciano, si consumano, si perdono, si annientano, confluendo sempre in quel mare di incoerenza e passione in cui si viene immersi quando si nasce.

O almeno, spero venga così.

lunedì 20 settembre 2010

Ehi... C'è nessuno qui dentro?

Quanto vorrei essere immersa in un paesaggio come questo, slegata da tutto ciò che offusca la mia mente e mi impedisce di andare avanti... a scrivere.
Continuo a modificare o, peggio, a cancellare tutto quello che scrivo. Non ho nessuna brillante idea. E la cosa più frustrante è che mi accontenterei anche di un'idea mediocre, di qualsiasi idea, pur di cercare di andare avanti e scrivere, ma farlo bene.


Vorrei essere come Gogol'. In lui l'intreccio è di per sé povero, quasi manca del tutto, e si sviluppa da un solo evento aneddotico, dall'accrescimento di singole scene, da una situazione di apparente immobilità.
Pavel Annenkov - critico letterario e storico russo, riferisce di lui: "Diceva che per il successo d'un racconto lungo o di un racconto in genere è sufficiente che l'autore descriva una stanza e una strada a lui note".
Si sa come la necessità di avere sotto mano qualcosa di simile a un intreccio metteva Gogol' in imbarazzo, tant'è che in una lettera a Puškin Gogol' scrive: "Fatemi a cortesia, datemi un intreccio qualsiasi, un aneddoto qualsiasi...".

Se continua così, sarò anch'io costretta a elemosinare storielle...

mercoledì 15 settembre 2010

Prelude. Capitolo VII

Era domenica. Un giorno che in un piccolo paese perso in qualche strano angolo di mondo è un giorno da dedicare alle cose di casa, al riposo, alla famiglia.
Ma lei una famiglia non l’aveva. Fin da piccola era stata abituata a pensare che ognuno al mondo è solo. Non importa quanto possano contare per te gli altri: nei momenti di vita veramente vissuta, in attimi in cui la linfa del mondo ti accende la passione nelle vene scorrendovi come una febbrile novità, nessuno sta con te nei tuoi pensieri, nella tua testa. L’emozione è tua, è intima, è integra e inscindibile dalla tua persona, è una cosa personale e solitaria. È per questo che non si era sorpresa quando, qualche anno prima, svegliandosi una mattina non aveva visto la madre in casa. Sapeva che un giorno avrebbe dovuto cavarsela da sola. L’aveva capito quando il padre, allo stesso modo, se n’era andato una domenica mattina, presto, senza dire una parola, ma senza essere un totale bastardo, perché aveva provveduto a lasciare uan generosa somma per le donne della sua vita proprio lì, sul tavolino all’ingresso di casa, dove di solito appoggiava le chiavi della macchina rientrando dal lavoro. Aveva dieci anni, e aveva compreso allora il destino di tutte le anime sparse nell’universo, quello cioè di condividere le diverse sfaccettature della vita solo ed esclusivamente con la propria coscienza. Non era cinismo il suo: era solo la concretizzazione della realtà così come l’aveva sempre concepita lei.
Per lei la domenica era un giorno come tanti altri. Niente festeggiamenti speciali, niente gioielli della mamma per andare in chiesa, niente pranzi degni del più eccellente degli chef, niente vestiti della festa, niente passeggiate del pomeriggio con la famiglia, niente parenti a cena, niente chiacchierate davanti al camino con il papà. Niente. Per lei la domenica era solo un giorno come tanti altri. Quella domenica, però, era il suo compleanno.
Dalla veranda, contemplava il mistero della natura in continuo mutamento. Il cielo era picchiettato di batuffoli di nuvole grigie e impalpabili, la cui delicatezza era cibo per i suoi occhi stanchi. I rami degli alberi si muovevano al ritmo di una musica che in realtà non c’era. Seguivano le note di quell’innocente silenzio che solo il vento era in grado di cantare.
Ora lente, ora più veloci, le foglie danzavano davanti ai suoi occhi, cullate dal loro destino, in un’atmosfera tiepidamente grigia e morbida che sembrava voler congelare quell’attimo per l’eternità.
Solo il cinguettare degli uccellini tradiva l’immobilità temporanea di quella situazione. La loro era una voce spezzata, un po’ triste, ma squillante e viva, piena di speranza... solo che il vento sapeva portarsi via anche quella speranza.
Chiuse gli occhi e cercò di respirare a pieni polmoni. Il fresco soffiare dell’aria di quell’anomalo inizio estate era per lei come il rifrangersi delle onde sul bagnasciuga, violento, indispensabile, ma necessario e rigenerante. Sentiva la brezza sfiorarle delicatamente ogni millimetro di pelle, e darle a poco a poco nuova vita da disperdere così, come aveva fatto finora, consapevole che a un nuovo soffio di vento ne avrebbe ricevuta gratuitamente ancora, ancora e ancora...
La pioggia, finalmente, verso sera arrivò. Le piccole gocce cadevano l’una accanto all’altra, fitte, quasi fossero consapevoli dell’imminente impatto con il duro terreno arso per giorni dal sole, e perciò intimorite dall’inevitabile scontro. Non appena una goccia toccava il suolo, altre la seguivano, incessantemente, finché a terra non presero a formarsi delle pozzanghere.
Quanto vorrei essere una goccia d’acqua in quest’istante, pensava. Quanto deve essere bello non dover fare i conti con le proprie riflessioni.
Concedendosi il piacere di respirare l’aria bagnata, si distese affabilmente sul divanetto della veranda e rimase così, ad assaporare quel delizioso gocciolio di pura magia, finché l’oscurità non l’avvolse tra le sue morbide coperte.
Una sera come le altre. Ma forse allo stesso tempo diversa, o completamente uguale, perché per un’altra sera ho la possibilità di chiudermi in me stessa e pensare... sì, pensare. Pensare alla mia vita, pensare a quello che mi circonda, pensare a quello che sono e a quello che sarò... pensare.
È strano come tutto possa sembrare effimero, come tutto possa scorrere davanti ai nostri occhi e non avere un significato, non avere un'identità. Ma se poi ti metti ad analizzarlo, a cercare la sua anima nascosta tra le fitte trame dei ricordi, allora sì, allora tutto ha un senso, tutto ti porta a comprendere la vera natura delle cose.
Cose che a prima vista possono apparire inconsistenti e che invece si rivelano essere vera essenza del tuo spirito. È come realizzare di avere le ali mentre stai scendendo verso l'infinito, è come capire di poter volare quando non hai più le speranze.
Immagini del mio passato, immagini del mio trascorso sfuggono veloci nella mia mente, timorosi di essere individuati e fissati per sempre. Ne afferro uno, e quasi consapevole di quello che potrei vedere riflesso nello specchio della mia anima, lo ammiro, realizzando che il contenuto di questa immagine è sempre lo stesso: una figura solitaria, una figura che si staglia su di uno sfondo oscuro, che negli occhi ha impresso il dolore e la malinconia di non aver rivelato quello che sente, di non essere ancora stata in grado di comunicare quello che prova per il semplice motivo di sentirsi inadeguata.
Una canzone di natura, brezza leggera che entra nella mia mente, mi riporta alla realtà, in una realtà che mi sembra incompiuta, in una realtà che non mi sembra la mia, ma che di fatto lo è: realtà che mi ha cresciuta, realtà che mi ha formata, realtà che mi accompagna.

Riuscirò mai ad avere le ali?...

giovedì 26 agosto 2010

Prelude. Capitolo VI

Il ragazzo continuava a venire in biblioteca, tutti i giorni. La sua bocca si schiudeva in un debole sorriso e si muoveva poi sempre lentamente e modestamente nello scandire i titoli dei tomi da consultare, quasi nutrisse un profondo rispetto per l’eccelsa sapienza depositata da autori curiosi e consapevoli di dare all’umanità risorse incomparabili, e il tono della sua voce era deciso, ma mai arrogante o sbrigativo. A volte rimaneva giusto per il tempo di controllare poche pagine, a volte restava seduto per ore a sfogliare libri interi. Spuntava da un vecchio taccuino di pelle nera tutti i nomi che la bibliotecaria era riuscita a trovare, ne annotava quelli che avrebbe voluto consultare, depennava i pochi che non erano disponibili. Ogni tanto, scarabocchiava frettolosamente qualche citazione. Tutto qui.
Nessuna pretesa, nessuno sfoggio di superiorità, niente di niente. Si vedeva che era una persona colta, educata, decorosa nei gesti, ma tutti questi attributi non faceva presagire niente di così insormontabile. Lei non sapeva come comportarsi. Non era riuscita a sapere niente di lui. I suoi gusti, i suoi pensieri, i suoi commenti... il suo nome... niente. Si manteneva a distanza dai suoi modi gentili, forse sicura che la normale cortesia da lui mostrata la potesse segretamente incatenare.
Tuck la vedeva in difficoltà, ma dal profondo dei suoi dieci anni non aveva capito che quello che la ragazza provava era paura di mostrarsi ridicola davanti a uno sconosciuto. E se non l’aveva capito, era perché riteneva questo pensiero irragionevole. Come si poteva non avere il coraggio di andare da un ragazzo normale a chiedergli come si chiamava? Inconcepibile. Ogni mattina il bambino attaccava di nascosto sulla scrivania della ragazza post-it colorati con cui dava dimostrazione della sua precoce ma non maliziosa furbizia. A volte, si limitava a scrivere con una grafia pulita, essenziale ma incisiva, alcune parole, tra le quali quella che la sconvolgeva di più per la sua brutale semplicità era sciocca.
Lei rimaneva lì, seduta a rigirarsi tra le mani quei foglietti colorati, finché la colla sul retro scompariva tra le sue mani lasciando delle friabili tracce color nocciola. Sentiva di essere ridicola, sentiva che Tuck la trovava ridicola. Eppure, era bloccata, sia dalla sua timidezza che dalla consapevolezza di dover stare al suo posto, nell’intimo di quell’occupazione che le nascondeva la vita. L’unica valvola di sfogo era rappresentata da una passione che aveva capito essere l’unica adatta alla sua condizione, l’unica in grado di sopperire alla mancanza di una confidenza segreta con qualunque persona.
Scriveva, senza ordine, senza criterio, senza una logica. Si dedicava un po’ di tempo ogni giorno per annotare i suoi pensieri, senza aver fretta di strappare alla sua interiorità qualcosa di scomodo e ingombrante. Non aveva un rituale fisso, scriveva e basta. A casa, al lavoro, nel tempo libero depositava la sua e quella che avrebbe voluto essere vita in pagine di carta spessa, un po’ grossolana, che dava la piacevole sensazione di antica e pregiata concretezza. Donava alla carta i sentimenti, le preoccupazioni, le impressioni, i turbamenti che il suo cuore non era in grado di regalare a un’anima reale. Sfogare la sua repressa quotidianità in centinaia di parole al giorno la facevano sentire meno inadatta alla vita. E funzionava, almeno la maggior parte delle volte.
Da quando poi era apparso lo sconosciuto, il suo io più nascosto, più vero, ne era rimasto scosso. Non sapeva capacitarsi di tutto ciò. Non era da un bel po’ la ragazzina che l’età le avrebbe concesso di essere, eppure quella sensazione di smarrimento quando incontrava i suoi occhi le bruciava costantemente alla bocca dello stomaco, quasi fosse sul punto di lanciarsi da una rupe altissima, a picco su un mare nero le cui onde impalpabili alla vista l’avrebbero imprigionata in un vorticoso furore. Erano gli occhi la chiave di tutto. La seducente profondità di quello sguardo era in netto contrasto con l’assenza di un colore preciso. Si sentiva frugata nell’intimità della sua indipendente solitudine ogni volta che quegli occhi si poggiavano su di lei. Avvertiva di essere colta nella sua più totale vulnerabilità, come se quello sguardo le incenerisse all’istante i vestiti e la prendesse in una nudità di cui lei stessa non era consapevole. La svuotava, la scuoteva, estorceva da lei tutti i segreti del suo mondo, senza neanche uno sforzo. Solo un battito di ciglia le dava temporaneo sollievo da quel patimento. Patimento che a lungo andare divenne attrazione. Patimento che divenne incanto. Patimento che fu motivo del suo essere.

domenica 22 agosto 2010

Cambiamenti

Credo di aver fatto un pasticcio.
Presa dalla contentezza per aver finalmente deciso come debba essere Prelude, mi sono lasciata prendere la mano e ho pubblicato parti che non potevano funzionare, almeno non adesso.

Certe cose hanno bisogno di tutto il tempo necessario a farle sbocciare...
Quindi cancellerò l'ultimo capitolo pubblicato... sì, credo proprio lo farò. Non è per lui il momento più opportuno per entrare in scena.

lunedì 16 agosto 2010

Prelude. Capitolo V

Era una calda mattina di fine giugno, ma nell’edificio il fresco profumo di carta invecchiata dalla polvere e dal tempo riusciva a penetrare nelle ossa e a dare un gradevole sollievo dalla calura dell’estate. La foschia, però, che si intravedeva all’orizzonte e il grigio plumbeo di cui le nuvole candide si erano tinte, facevano presagire l’arrivo di un lieve temporale estivo.
C’erano poche persone quella mattina. Qualche studente universitario con dedizione si dedicava allo studio di smisurati tomi scientifici per completare la propria preparazione, qualche anziano in pensione invece si rilassava leggendo il giornale nella saletta che dava sulla piazza, le cui immense vetrate davano l’opportunità di osservare il mondo tipico di un paese che mai si stanca di muoversi.
Se ne stava seduta alla sua scrivania, mentre Tuck andava alla ricerca della prossima preda letteraria. Tutt’intorno, la quiete.
Improvvisamente, la porta si aprì. La luce, obbligata dalla pesante porta chiusa a rimanere all’esterno, irruppe con impeto prorompente nell’ingresso dell’edificio, dove lei si trovava, impedendole di capire chi fosse la persona appena entrata.
Forse in quel momento, lei non stava pensando a niente. O meglio, forse in quel momento stava pensando a tutto. Tante, troppe erano le cose che vorticosamente le giravano in testa, come una trottola impazzita che continua a sbattere contro le pareti, ma nonostante ciò non smette il suo moto tumultuoso. E in questa irreale ma generale contemplazione di mille cose che circondavano la sua essenza, in questo oblio fatto di pensieri che si rincorrono l’un l’altro, instancabili, interminabili, incapaci di raggiungere una metà, in questo momento di pausa dalle naturali preoccupazioni quotidiane, successe qualcosa.
Smise di pensare. Il che, di per sé, può sembrare completamente illogico.
Non si smette di pensare. Al massimo, si sospende temporaneamente la consapevolezza del pensiero, ma di certo l’assenza totale di idee è inconcepibile.
Invece, lei lo fece. Per pochissimi secondi.
Immersa in una dimensione a cui solo l’apnea è paragonabile, lei smise di capire.
Ripensando poi a quel momento, non sarebbe mai più stata capace di descrivere l’attimo in cui perse la facoltà di articolare anche la più semplice delle proposizioni.
E causa di tutto furono gli occhi più belli che avesse mai visto. E il fatto che non sapesse identificarne il colore la sconcertava.
Non fece nient’altro per tutto il giorno, se non chiedersi chi fosse quel ragazzo.

venerdì 13 agosto 2010

Prelude. Capitolo IV

Uscita di casa in perfetto orario, si diresse con passo lento e posato alla biblioteca, stranamente senza farsi prendere dall’ansia, ma per la prima volta dopo parecchio tempo gustandosi le primizie che quella bella giornata di sole aveva da offrire così, disinteressatamente. Attraversò la piazza a scacchi avorio e blu ancora libera dal fervore mattutino quasi in punta dei piedi, come una ballerina inesperta che indossa per la prima volta le scarpette, e come questa sta attenta a non sgualcire la tela sconosciuta che le avvolge il piede, anche lei usava la stessa cautela nello sfiorare il pavimento, timorosa di rovinare quella superficie che le sembrava così regale e importante. Giunta all’estremità della piazza, invitata dal fragrante profumo di pane che usciva dalla panetteria, decise di fermarsi a comprare dei panini con gocce di cioccolato, dandosi l’opportunità di gustare una merenda sfiziosa ogni tanto.
Al semaforo, alzati gli occhi verso l’enorme porta intarsiata della biblioteca, vide senza sorprendersi il ragazzino. Doveva avere all’incirca una decina d’anni, alto quanto basta per un bambino della sua età, capelli di un rosso intenso e occhi verdi, limpidi e gentili. Da quando era finita la scuola, passava tutto il giorno in biblioteca e leggeva libri di continuo. Arrivava in anticipo rispetto all’orario di apertura della biblioteca e si metteva ad aspettare, senza fretta, che lei arrivasse ad aprire. Poi entrava, in rigoroso silenzio, sceglieva sempre la solita poltrona di spesso cuoio marrone scuro e leggeva. Leggeva, senza sosta. Appena finiva un libro, si alzava e sempre silenziosamente andava a riporlo nello scaffale, procedendo immediatamente alla ricerca del libro successivo. Non parlava molto, leggeva e basta. Più di qualche volta, durante la quieta ricerca, aveva alzato gli occhi verso la postazione della ragazza, quasi avesse voluto cercare consigli con lo sguardo, ma non appena si accorgeva di essere da lei osservato, tornava timido a sfiorare le copertine rigide dei volumi.
Dopo circa una settimana dalla sua prima comparsa, lei aveva deciso di rivolgere qualche parola al ragazzino. Non pretendeva di instaurare con lui una conversazione, le bastavano poche battute. Dopo qualche ora, quando ormai entrambi mostravano i primi segni d’intorpidimento dei muscoli, dovuto al troppo tempo passato seduti, lei si era avvicinata e gli aveva chiesto dolcemente se aveva fame. Il bambino aveva risposto abbastanza deciso che stava bene così, che non aveva fame. Ma non appena lei aveva tolto dall’involucro di carta i panini dolci che prendeva ogni mattina dal fornaio, era sembrato che il profumo del pane cotto a puntino avesse catturato con il suo aroma al cioccolato l’olfatto del ragazzino, che ripensandoci aveva sorriso con occhi affamati alla ragazza.
E fu principalmente così che divennero amici. Passavano tutto il tempo assieme, lui leggendo e lei guardandolo assorbire ogni parola di quello che leggeva. Il bambino non ci pensava a prendere in prestito i libri, diceva che a casa i genitori non avrebbero capito il suo appassionato desiderio di immergersi nella lettura. E nonostante lei avvertisse che tra di loro si stava instaurando un legame, stare con quella personcina delicata le faceva bene. Ridevano tanto. Lui non le chiedeva mai cose inopportune, la loro era un’amicizia appropriata, semplice, umile. Lei portava, come se fosse una sorta di rituale, i panini al cioccolato che li avevano così uniti. Si sentivano avvolti da un sentimento profondo, da una fratellanza che era non biologicamente ma spiritualmente reale. Si rivolgevano reciprocamente quelle premure che si riservano solo a chi ha un posto importante nel proprio cuore. Si volevano bene.
Il bambino davanti alla porta intarsiata si chiamava Tuck. Era il suo migliore amico.
Lei venne col tempo a sapere che la famiglia di Tuck non gli riservava le giuste attenzioni. Con un lavoro piuttosto importante in città, i genitori del ragazzino erano costretti a lasciarlo sempre solo, seppur non senza rimorso. Ed erano in realtà ben felici che il figlio apprendesse dalla lettura il più possibile, anche a casa. Era Tuck, però, a non sopportare che il freddo e il buio di un’abitazione vuota e per lui senza amore lo inglobassero nella desolazione. Preferiva di gran lunga la luce calda e accogliente che filtrava dalle vetrate della biblioteca, in cui per la prima volta era riuscito a trovare chi lo faceva sentire importante.
Tuck aveva imparato a conoscere più cose su quella bella ragazza che era la sua migliore amica di quante in realtà lei avesse rivelato. Sapeva che in realtà il caffè non le piaceva poi così tanto per la fronte che corrugava impercettibilmente quando il liquido scuro le scendeva per la gola. Sapeva che preferiva un buon tè caldo, alla vaniglia soprattutto. Sapeva che avrebbe desiderato scappare da quel paesino ogni volta che sospirava con fare sconsolato. Sapeva che i fiori le piacevano da morire, anche se la sua postazione ne era sempre sprovvista. Sapeva che le piaceva scrivere, che quando non parlavano lei prendeva in mano una penna stilografica e iniziava senza sosta a dare giudizi sui libri che aveva letto, a descrivere i nuovi arrivati in biblioteca, a mettere per iscritto tutto ciò che le passava per la mente. Sapeva che un giorno lontano lui avrebbe letto tutti i di lei pensieri. Sapeva anche che aveva un segreto importante da custodire, ma non sapeva quale... Solo aveva capito di non dover chiedere, di non approfittare della confidenza che la ragazza gli concedeva. Sapeva che avrebbe potuto scoprire qualsiasi cosa col tempo, aspettando pazientemente che lei gli si rivelasse nella sua totale integrità. Bastava solo pazientare un po’.
Entrarono come ogni mattina in biblioteca, scambiandosi un complice sorriso in quel silenzio ristoratore che tanto piaceva a entrambi.

HoBisognoDiScrivere

Ho bisogno di scrivere, ho bisogno di scrivere...

Ispirazione, dove sei?...

Spero scenda assieme alla pioggia...

***


Senti che fuori piove...

...senti che bel rumore.

lunedì 9 agosto 2010

Prelude. Capitolo III

Quando ogni bambina giocava con le bambole immaginandosi in un prossimo futuro madre di innumerevoli figli, sposata a un marito che al ritorno dal lavoro avrebbe deliziato i pasti caldi preparati con amore, lei si immergeva in un mondo in cui ciò che era priorità per una coetanea non l’esaltava più di tanto. Piuttosto desiderava l’avventura, fare viaggi, conoscere nuove culture, assaggiare i cibi più diversi, inebriarsi dei profumi più esotici. Ma da quando aveva scoperto che la sua vita avrebbe dovuto subire un ridimensionamento drastico, si era lasciata avvolgere da un torpore che le impediva di concedersi anche alla più insignificante delle esperienze.
Lavorava perciò nella biblioteca del paese. Questo non era soltanto un lavoro che avrebbe tenuto celato agli occhi più indiscreti la sua duplice vita, ma era anche un’occupazione che le permetteva di evadere dallo squallore imposto dalla malattia. E quindi, poteva volare verso terre sconosciute alla ricerca di nuove ed entusiasmanti esperienze con le descrizioni dei paesi più lontani, credere di assaporare gli aromi più particolari annusando la polvere che timidamente si appoggiava sulle pagine dei suoi libri preferiti, immaginare il tocco dell’acqua fresca delle cascate, avvertire il gusto delle pietanze più amate da tutta quella schiera di persone che ogni giorno le tenevano compagnia, sostituendo al viaggio reale quello vagheggiato dalla sua mente di bambina sognatrice.
Un mondo senza preoccupazioni era quello che si nascondeva tra le parole adagiate ordinatamente sulle innumerevoli pagine che toccavano ogni giorno le sue dita. Un mondo in cui lei poteva definirsi ancora una vincitrice, e non una sconfitta. Un mondo in cui la sua presenza non era un peso né per lei, né per le persone che le stavano attorno. Un mondo migliore. Un mondo impossibile. Un mondo per lei reale.
Ma non si dimenticava di appartenere al mondo di tutti i giorni, al mondo di tutti gli altri. Per cui lavorava, lavorava anche con piacere in quel luogo incantato, ricoperto di strumenti potentissimi per la sua mente e per la mente di chi, senza timore, si concedeva a ciò che l’autore per primo intendeva comunicare. Si sentiva soddisfatta quando vedeva qualcuno riportare un libro prima della scadenza, ed era più che entusiasta quando riusciva a scorgere negli occhi di queste persone la passione vera, quella che nasce dai sentimenti più profondi e sconvolgenti. Decideva allora di uscire per un secondo dall’abito di bibliotecaria e si sbilanciava un po’, riportando le proprie impressioni sul libro che teneva ancora tra le mani, prima di riporlo nello scaffale adeguato. Si accorgeva di uscire dal personaggio, ma non le dispiaceva se poi la invitavano a dare loro alcuni consigli per le successive letture. In queste occasioni si sentiva importante. Si sentiva vera.

venerdì 6 agosto 2010

Prelude. Capitolo II



Tutto era iniziato in un giorno qualunque di qualche anno prima. Ripensava spesso che se non fosse stato per quel piccolo frammento d’illogicità in quella vita a suo modo ordinaria e razionale, avrebbe di sicuro classificato quel fatidico giorno come un pezzetto di esistenza da spedire tra la quotidianità ormai passata. Ma così non era stato. In mezzo alla sua solita routine, quell’incidente aveva scosso e minato le basi delle sue più ferme certezze.
Stava sorridendo, non ne ricordava il motivo preciso. Non ricordava nemmeno cosa stesse accadendo in quel momento, solo sapeva che stava sorridendo. E all’improvviso, una fitta dolorosa e lancinante le aveva attraversato il petto, con una forza tale da farle perdere la cognizione dello spazio e il sorriso che come un lampo luminoso aveva rischiarato un angolo di cielo. Tutto questo nel tempo di pochi secondi, ma che le sembrarono un’eternità. Poi, proprio com’era venuto, il dolore era sparito. Avvertiva solo la tensione dei suoi nervi, attenti e preparati a cogliere una nuova scarica. Ma quel giorno, non ci fu nient’altro.
Solamente poi avrebbe scoperto che, mentre si stupiva di quanto fosse stata precipitosa la risposta del suo corpo a quel dolore davvero così innaturale, le pareti di carta del suo cuore stavano lentamente cercando di fermare quello squarcio che inevitabilmente le avrebbe dilaniate.
Non avrebbe mai saputo spiegare il perché. Nessuna malattia congenita. Nessun’infezione in corso. Niente. Semplicemente il destino aveva scelto lei come compagna di giochi.
I medici erano scettici. Qualsiasi intervento sembrava loro inadatto o inopportuno, superfluo o dannoso. Le sembrava di guardare la sua vita da un’ampolla di vetro in cui era stata imprigionata: nonostante lei dall’interno urlasse loro a squarciagola di agire, di tentare, di provare a fare qualcosa, qualsiasi cosa, i medici tergiversavano, posticipavano appuntamenti, visite, controlli, con un’energia quasi diabolica da farle spegnere quella voce speranzosa ormai flebile e senza tono.
L’apatia iniziò a impadronirsi del suo essere.
Da quel giorno la sua luce smise di essere così radiosa. Iniziò a brillare di una luce riflessa, calda sì, ma meno intensa e folgorante. Era come una candela all’interno di una stanza buia: nel suo piccolo, si impegnava con tutta se stessa a illuminare il più possibile le pareti circostanti, ma questo sforzo le costava fatica per l’ossigeno che continuamente svaniva bruciato dalla sua fiamma, e allo stesso tempo non le garantiva di avere il permesso di vedere chiaramente ciò che le stava intorno. Né, tantomeno, la sua luce le avrebbe concesso di far brillare la sua persona.
Consapevole della caducità delle cose e della realtà, aveva deciso che la cosa migliore da fare era cercare una vita lontano da tutto ciò che implicasse un rapporto duraturo. Non le sembrava opportuno sparire completamente dalla faccia della terra, ma la mente allucinata dal progredire di una malattia a lei invisibile aveva reso necessaria l’acquisizione di un nuovo atteggiamento nei confronti della quotidianità che aveva stabilito di ritagliarsi. Mentire non era per lei onesto né pratico. Avrebbe semplicemente smesso di raccontare di sé.
Non sarebbe stato poi così difficile.
Ciò nonostante, il destino non avrebbe tardato a far valere le sue doti di inguaribile, audace e sadico giocatore.

mercoledì 21 aprile 2010

Prelude


Ascoltava silenziosa i battiti del suo cuore. Lenti. Precisi. Sordi. Vuoti. Rimbombanti all’interno del suo petto, come una goccia che cade all’interno di una grotta desolata. Solitari. Assordanti. Si, quello era l’aggettivo giusto. Assordanti. E lei voleva smettere di sentire quell’assordante rumore all’interno di sé, all’interno della sua mente, all’interno dei suoi pensieri.
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Era ormai giugno. Il sole, ogni mattina, faceva capolino con i suoi raggi tra le tende della finestra socchiusa, lasciata un po’ aperta ogni notte per permetterle di assaporare il profumo della rugiada condensata sulle foglie alla mattina. E di vedere quei raggi di sole lei era contenta, perché sapeva che almeno all’esterno la vita andava avanti. Qualcuno sarebbe ancora stato in grado di sorridere.
Non era di certo una persona insoddisfatta della propria esistenza. Anzi, tutt’altro. Camminava spesso con un lieve sorriso sulle labbra, tra le vie di quel piccolo paese che era da sempre il suo posto preferito, ma che nonostante tutto non sempre riusciva a sopportare. Sapeva di non possedere dei tratti distintivi, ma allo stesso modo se ne rimaneva felicemente nella sua piccola porzione di anonimità, soddisfatta se qualcuno per un attimo la distoglieva dalla sua condizione, ma ugualmente serena se nessuno avesse colto le sue grandi potenzialità. Conosceva tutti nel paese: dal vecchio signore che ogni giorno spingeva lento i suoi passi lungo la via, al bambino che puntualmente ogni pomeriggio passava in bicicletta fischiettando allegro il solito motivetto, dal ragazzo che gentilmente le portava il pane guardandola con occhi speranzosi, al fruttivendolo di cui aveva scoperto l’incredibile passione per la letteratura inglese d’altri tempi e la musica jazz. Tutti l’adoravano, per la gentilezza che riservava ai camerieri a cui ordinava il solito caffè, per la delicatezza con cui sfogliava un nuovo libro, per la dolcezza che i suoi occhi scuri riservavano a ogni saluto, per le parole buone che aveva per tutti in qualsiasi momento. Passeggiava per la strada con una strana consapevolezza di sé, eppure non faceva trasparire alcuna nota di superiorità o vanità. Ma forse, proprio per la sua eccessiva modestia e spensieratezza, a volte veniva giudicata una sciocca altezzosa che aveva venduto l’anima per evadere da una vita mediocre e piuttosto ripetitiva, consapevole del fatto che quello era il destino riservato a chi non aveva un briciolo di ambizione in quel paese.
Da qualche tempo, però, non era più la stessa. Qualcosa di inevitabilmente disastroso le aveva fatto scoprire di non essere come quei raggi di sole che filtravano ogni mattina dalla sua finestra socchiusa. Camminava lo stesso con quel lieve sorriso sulle labbra, ma nei suoi occhi scuri traspariva un velo di malinconica rassegnazione tipica di chi deve convivere con un pesante segreto. Tutto le sembrava privo di concretezza e stabilità, ma non faceva trasparire la sua sofferenza all’esterno. La ritenevano una ragazza da ammirare, e lei non voleva assolutamente ammettere di non esserne all’altezza.
La luce colpì dolcemente il suo viso. Un pensiero la svegliò però più bruscamente dei raggi del sole. Il tempo passava sempre più velocemente e lei non era ancora riuscita ad accettare l’inesorabile ticchettio delle lancette sull’orologio. Non nel giusto modo, perlomeno.
Eccolo lì, quel solito pensiero. Ma non avrebbe permesso a qualche stupida preoccupazione di possedere la sua sicurezza. No. L’avrebbe accantonato, in un luogo dove solitamente se ne stanno rinchiusi i sogni di un’infanzia felice o le pazzie adolescenziali mai realizzate. E decise di chiudere quella porta a doppia mandata. Almeno per un altro giorno.
Pigramente si alzò, allungando le braccia fino a sentire i muscoli del suo corpo distendersi liberamente, e si concesse un paio di minuti per osservare la sua immagine riflessa sullo specchio appeso alla parete. I capelli, lunghi e tremendamente scuri, mossi per la nottata insonne appena trascorsa, sembravano un groviglio che comunque, delicatamente, le sfiorava la pelle delle schiena. Sospirò. Di certo, pur non disprezzando quello che vedeva, non aveva mai saputo accettare pienamente quella particolare bellezza che sicuramente aveva ricevuto in dono da sua madre. Sua madre. Chissà cosa stava facendo in quel preciso momento. Non la vedeva da parecchio tempo, ma la cosa aveva smesso di farla soffrire da molti anni. Si era abituata a vivere in quella piccola casetta, con una cucina come l’aveva sempre desiderata, piccola ma confortevole. un salotto con un immenso divano al centro, un caminetto nei pressi del quale si riscaldava nelle fredde notti d’inverno, uno stereo che suonava solo la sua musica preferita, un tappeto su cui amava sedersi per ascoltare scendere la pioggia e un’immensa libreria di cui non riusciva ancora a capacitarsi. E la sua camera… oh, tutto era perfetto in quella sua efficiente vita solitaria.
Andò a vestirsi. E come ogni mattina, decise di indossare una camicetta. Aveva dozzine di camicie, tutte rigorosamente stirate e inamidate con la più maniacale cura. Pensava fosse l’indumento più serioso ed elegante che potesse esistere. Era di sicuro un suo marchio, un suo tratto distintivo quello di farsi vedere in giro sempre impeccabile, con i vestiti giusti, abbinati nel modo giusto, con i colori in gradazione ogni giorno differente. Non amava portare tacchi alti, ma quanto le piaceva fermarsi davanti a una vetrina e osservare per ore tutte le nuove scarpe, finché stanca di fantasticare, non si decideva a entrare e spendere parte di quello che guadagnava in oggetti dalle forme sensuali ma al contempo intimidatorie, solo per il piacere di possederli.
Decise di concedersi un po’ più tempo del solito per prepararsi, pur sapendo che questo tempo nessuno glielo poteva ridare. Ma il lavoro poteva aspettare, così come qualsiasi altro evento di questa sua vita ormai giunta a un punto di svolta. Pensò a come ci si dovesse sentire forti nel sapere che ogni giorno non sarebbe stato l’ultimo, che ogni attimo non sarebbe stato vissuto con meno enfasi del precedente. Ma, purtroppo, questo lusso al momento non se lo poteva concedere. Tornò quindi al presente, tra un misto di rassegnazione e nostalgica malinconia, che però non le permise di essere meno positiva di quanto in realtà volesse.
Rimase a riflettere, mentre si passava le mani inumidite tra il viso per cercare di togliere le tracce di sonno che solo esternamente la rendevano ancora un po’ assopita. Ma dentro, in realtà, urlava. Per la disperazione. Peccato però che tutti i suoi pensieri si sovrapponessero senza una linea logica, senza un ordine stabilito, senza un filo conduttore a cui li si potesse ricondurre. La fine dell’uno diventava lo spunto per l’inizio di un altro, così, in un vorticoso turbinio di idee, sensazioni, emozioni, frammenti di attimi rubati ai suoi ricordi, tanto da dimenticare sostanzialmente di essere viva, presente fisicamente in un corpo attivo e vitale. Ma i suoi pensieri, per quanto intricati e complicati, non avevano concretezza, perché ormai lei si sentiva costretta da certe catene invisibili, veleno per la sua anima ormai intaccata alla radice.
Si era ripromessa di non cadere nella banalità delle sue paure, sempre che le paure possano essere da tutti considerate delle banalità. Ma davvero, da qualche tempo non riusciva a non avere paura. Paura di non farcela. Paura di non riuscire a concludere quello che aveva iniziato. Paura di non vedere realizzati i sogni per cui tanto duramente aveva lottato. Paura. Questo la bloccava più di tante altre stupide considerazioni che aveva di sé, perché mentre le opinioni si creano, le paure sono insite nell’animo dal momento in cui le si idealizza. E non se ne vanno. E fanno male.
Era nel frattempo scesa in cucina. Aveva acceso il bollitore, e mentre aspettava che l’acqua per il suo thè fosse calda al punto giusto, guardò fuori dalla finestra. Come previsto, era una gran bella giornata. Ora c’era solo da aspettarsi che lo fosse per tutta la sua lunga, inesauribile, estenuante durata.

Prelude - Premessa


Ho deciso di pubblicare una parte di un mio racconto, iniziato l'estate scorsa e, ovviamente, mai terminato. Non significa però che non lo finirò, un giorno o l'altro.
Quando si legge qualcosa, andando dai capitoli di un romanzo all'articolo di un giornale, credo sia spontaneo e naturale ritrovarsi a pensare a quanto l'autore abbia messo di sè nei suoi elaborati.
Ora, per chi leggerà questo racconto - e so già che potrei individuare su una mano il numero dei miei lettori - devo dire che sì, ci ho messo moltissimo di me.
Ma l'ho fatto semplicemente perchè io sono la persona che più conosco.
Tanti aspetti potranno essere inventati, e lo sono; ma chi mi conosce e si troverà per caso, per desiderio o per curiosità tra le pagine di questo diario, saprà notare quanto effettivamente di me il racconto ha saputo intrappolare.

Tutto il resto, si sa, è immaginazione...

domenica 28 marzo 2010

Si cerca di imparare dai migliori

A partire dal 1873, Fedor Dostoevskij pubblica settimanalmente per la rivista Il Cittadino una serie di articoli di attualità, che verranno poi raccolti per volere dell'autore stesso in un'opera intitolata Diario di uno scrittore.
La rubrica si preoccupava di portare avanti non tanto la descrizione della quotidianità dello scrittore, come potrebbe risultare evidente dal titolo, ma piuttosto di riferire un'opinione sugli avvenimenti sociali, di rendere note le sue riflessioni sulle letture effettuate, di discutere di politica, di analizzare fatti di cronaca per poi procedere a una rielaborazione degli stessi, o più semplicemente di rendersi strumento attraverso il quale lo scrittore avrebbe potuto pubblicare i suoi racconti: il Diario era un laboratorio di scrittura, un esercizio dal quale anche i suoi romanzi più famosi prendevano spunti e idee.
Proprio per le questioni trattate, non miranti a un'introspezione psicologica, ma piuttosto a un rapporto colloquiale con i lettori, c'è chi definirebbe il Diario come una sorta di blog, una porta che dà l'opportunità di entrare nella mente dello scrittore e immergersi nelle sue idee, senza per forza essere coinvolti in un'intimità quotidiana che ha il diritto di rimanere tale.

Interessante questa osservazione.

C'è chi inizia a scrivere per passione.
Chi lo fa perchè si annoia.
Chi invece crede di avere qualcosa da dire agli altri, ma si vergogna di dare un volto ai propri pensieri e preferisce mascherarli con qualche parola digitata qua e là.
Qualcun altro inconsapevolmente affida le proprie idee a un diario, ignaro di ricercare l'intimità proprio dove l'intimità si fonde con la colloquialità.
C'è chi a volte si sente ispirato.
E chi non sa trattenere la luce che sgorga dagli occhi, lucidi davanti a meccanismi di parole che senza regole, senza tregua, senza un perché, si susseguono liberamente, nei luoghi più diversi, creando quella magia letteraria che è concessa a pochi.

C'è chi ce la fa, e chi spera di farcela.

Non miro a essere come Dostoevskij, o a imitarne il genio, ma mi piace prendere in considerazione l'idea che anche lui, più di cent'anni fa, si accingeva a scrivere proprio per gli stessi motivi per cui io, e molti altri come me, inizio a farlo.

Quindi, inizio così... La mia pioggia in un giorno d'estate.