mercoledì 21 aprile 2010

Prelude


Ascoltava silenziosa i battiti del suo cuore. Lenti. Precisi. Sordi. Vuoti. Rimbombanti all’interno del suo petto, come una goccia che cade all’interno di una grotta desolata. Solitari. Assordanti. Si, quello era l’aggettivo giusto. Assordanti. E lei voleva smettere di sentire quell’assordante rumore all’interno di sé, all’interno della sua mente, all’interno dei suoi pensieri.
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Era ormai giugno. Il sole, ogni mattina, faceva capolino con i suoi raggi tra le tende della finestra socchiusa, lasciata un po’ aperta ogni notte per permetterle di assaporare il profumo della rugiada condensata sulle foglie alla mattina. E di vedere quei raggi di sole lei era contenta, perché sapeva che almeno all’esterno la vita andava avanti. Qualcuno sarebbe ancora stato in grado di sorridere.
Non era di certo una persona insoddisfatta della propria esistenza. Anzi, tutt’altro. Camminava spesso con un lieve sorriso sulle labbra, tra le vie di quel piccolo paese che era da sempre il suo posto preferito, ma che nonostante tutto non sempre riusciva a sopportare. Sapeva di non possedere dei tratti distintivi, ma allo stesso modo se ne rimaneva felicemente nella sua piccola porzione di anonimità, soddisfatta se qualcuno per un attimo la distoglieva dalla sua condizione, ma ugualmente serena se nessuno avesse colto le sue grandi potenzialità. Conosceva tutti nel paese: dal vecchio signore che ogni giorno spingeva lento i suoi passi lungo la via, al bambino che puntualmente ogni pomeriggio passava in bicicletta fischiettando allegro il solito motivetto, dal ragazzo che gentilmente le portava il pane guardandola con occhi speranzosi, al fruttivendolo di cui aveva scoperto l’incredibile passione per la letteratura inglese d’altri tempi e la musica jazz. Tutti l’adoravano, per la gentilezza che riservava ai camerieri a cui ordinava il solito caffè, per la delicatezza con cui sfogliava un nuovo libro, per la dolcezza che i suoi occhi scuri riservavano a ogni saluto, per le parole buone che aveva per tutti in qualsiasi momento. Passeggiava per la strada con una strana consapevolezza di sé, eppure non faceva trasparire alcuna nota di superiorità o vanità. Ma forse, proprio per la sua eccessiva modestia e spensieratezza, a volte veniva giudicata una sciocca altezzosa che aveva venduto l’anima per evadere da una vita mediocre e piuttosto ripetitiva, consapevole del fatto che quello era il destino riservato a chi non aveva un briciolo di ambizione in quel paese.
Da qualche tempo, però, non era più la stessa. Qualcosa di inevitabilmente disastroso le aveva fatto scoprire di non essere come quei raggi di sole che filtravano ogni mattina dalla sua finestra socchiusa. Camminava lo stesso con quel lieve sorriso sulle labbra, ma nei suoi occhi scuri traspariva un velo di malinconica rassegnazione tipica di chi deve convivere con un pesante segreto. Tutto le sembrava privo di concretezza e stabilità, ma non faceva trasparire la sua sofferenza all’esterno. La ritenevano una ragazza da ammirare, e lei non voleva assolutamente ammettere di non esserne all’altezza.
La luce colpì dolcemente il suo viso. Un pensiero la svegliò però più bruscamente dei raggi del sole. Il tempo passava sempre più velocemente e lei non era ancora riuscita ad accettare l’inesorabile ticchettio delle lancette sull’orologio. Non nel giusto modo, perlomeno.
Eccolo lì, quel solito pensiero. Ma non avrebbe permesso a qualche stupida preoccupazione di possedere la sua sicurezza. No. L’avrebbe accantonato, in un luogo dove solitamente se ne stanno rinchiusi i sogni di un’infanzia felice o le pazzie adolescenziali mai realizzate. E decise di chiudere quella porta a doppia mandata. Almeno per un altro giorno.
Pigramente si alzò, allungando le braccia fino a sentire i muscoli del suo corpo distendersi liberamente, e si concesse un paio di minuti per osservare la sua immagine riflessa sullo specchio appeso alla parete. I capelli, lunghi e tremendamente scuri, mossi per la nottata insonne appena trascorsa, sembravano un groviglio che comunque, delicatamente, le sfiorava la pelle delle schiena. Sospirò. Di certo, pur non disprezzando quello che vedeva, non aveva mai saputo accettare pienamente quella particolare bellezza che sicuramente aveva ricevuto in dono da sua madre. Sua madre. Chissà cosa stava facendo in quel preciso momento. Non la vedeva da parecchio tempo, ma la cosa aveva smesso di farla soffrire da molti anni. Si era abituata a vivere in quella piccola casetta, con una cucina come l’aveva sempre desiderata, piccola ma confortevole. un salotto con un immenso divano al centro, un caminetto nei pressi del quale si riscaldava nelle fredde notti d’inverno, uno stereo che suonava solo la sua musica preferita, un tappeto su cui amava sedersi per ascoltare scendere la pioggia e un’immensa libreria di cui non riusciva ancora a capacitarsi. E la sua camera… oh, tutto era perfetto in quella sua efficiente vita solitaria.
Andò a vestirsi. E come ogni mattina, decise di indossare una camicetta. Aveva dozzine di camicie, tutte rigorosamente stirate e inamidate con la più maniacale cura. Pensava fosse l’indumento più serioso ed elegante che potesse esistere. Era di sicuro un suo marchio, un suo tratto distintivo quello di farsi vedere in giro sempre impeccabile, con i vestiti giusti, abbinati nel modo giusto, con i colori in gradazione ogni giorno differente. Non amava portare tacchi alti, ma quanto le piaceva fermarsi davanti a una vetrina e osservare per ore tutte le nuove scarpe, finché stanca di fantasticare, non si decideva a entrare e spendere parte di quello che guadagnava in oggetti dalle forme sensuali ma al contempo intimidatorie, solo per il piacere di possederli.
Decise di concedersi un po’ più tempo del solito per prepararsi, pur sapendo che questo tempo nessuno glielo poteva ridare. Ma il lavoro poteva aspettare, così come qualsiasi altro evento di questa sua vita ormai giunta a un punto di svolta. Pensò a come ci si dovesse sentire forti nel sapere che ogni giorno non sarebbe stato l’ultimo, che ogni attimo non sarebbe stato vissuto con meno enfasi del precedente. Ma, purtroppo, questo lusso al momento non se lo poteva concedere. Tornò quindi al presente, tra un misto di rassegnazione e nostalgica malinconia, che però non le permise di essere meno positiva di quanto in realtà volesse.
Rimase a riflettere, mentre si passava le mani inumidite tra il viso per cercare di togliere le tracce di sonno che solo esternamente la rendevano ancora un po’ assopita. Ma dentro, in realtà, urlava. Per la disperazione. Peccato però che tutti i suoi pensieri si sovrapponessero senza una linea logica, senza un ordine stabilito, senza un filo conduttore a cui li si potesse ricondurre. La fine dell’uno diventava lo spunto per l’inizio di un altro, così, in un vorticoso turbinio di idee, sensazioni, emozioni, frammenti di attimi rubati ai suoi ricordi, tanto da dimenticare sostanzialmente di essere viva, presente fisicamente in un corpo attivo e vitale. Ma i suoi pensieri, per quanto intricati e complicati, non avevano concretezza, perché ormai lei si sentiva costretta da certe catene invisibili, veleno per la sua anima ormai intaccata alla radice.
Si era ripromessa di non cadere nella banalità delle sue paure, sempre che le paure possano essere da tutti considerate delle banalità. Ma davvero, da qualche tempo non riusciva a non avere paura. Paura di non farcela. Paura di non riuscire a concludere quello che aveva iniziato. Paura di non vedere realizzati i sogni per cui tanto duramente aveva lottato. Paura. Questo la bloccava più di tante altre stupide considerazioni che aveva di sé, perché mentre le opinioni si creano, le paure sono insite nell’animo dal momento in cui le si idealizza. E non se ne vanno. E fanno male.
Era nel frattempo scesa in cucina. Aveva acceso il bollitore, e mentre aspettava che l’acqua per il suo thè fosse calda al punto giusto, guardò fuori dalla finestra. Come previsto, era una gran bella giornata. Ora c’era solo da aspettarsi che lo fosse per tutta la sua lunga, inesauribile, estenuante durata.

1 commento:

  1. Molto, ma molto interessante. Posso solo dire: MI PIACE! Facciamo così: adesso scrivo un po' e poi mi leggo anche le altre parti ;-)

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