venerdì 6 agosto 2010

Prelude. Capitolo II



Tutto era iniziato in un giorno qualunque di qualche anno prima. Ripensava spesso che se non fosse stato per quel piccolo frammento d’illogicità in quella vita a suo modo ordinaria e razionale, avrebbe di sicuro classificato quel fatidico giorno come un pezzetto di esistenza da spedire tra la quotidianità ormai passata. Ma così non era stato. In mezzo alla sua solita routine, quell’incidente aveva scosso e minato le basi delle sue più ferme certezze.
Stava sorridendo, non ne ricordava il motivo preciso. Non ricordava nemmeno cosa stesse accadendo in quel momento, solo sapeva che stava sorridendo. E all’improvviso, una fitta dolorosa e lancinante le aveva attraversato il petto, con una forza tale da farle perdere la cognizione dello spazio e il sorriso che come un lampo luminoso aveva rischiarato un angolo di cielo. Tutto questo nel tempo di pochi secondi, ma che le sembrarono un’eternità. Poi, proprio com’era venuto, il dolore era sparito. Avvertiva solo la tensione dei suoi nervi, attenti e preparati a cogliere una nuova scarica. Ma quel giorno, non ci fu nient’altro.
Solamente poi avrebbe scoperto che, mentre si stupiva di quanto fosse stata precipitosa la risposta del suo corpo a quel dolore davvero così innaturale, le pareti di carta del suo cuore stavano lentamente cercando di fermare quello squarcio che inevitabilmente le avrebbe dilaniate.
Non avrebbe mai saputo spiegare il perché. Nessuna malattia congenita. Nessun’infezione in corso. Niente. Semplicemente il destino aveva scelto lei come compagna di giochi.
I medici erano scettici. Qualsiasi intervento sembrava loro inadatto o inopportuno, superfluo o dannoso. Le sembrava di guardare la sua vita da un’ampolla di vetro in cui era stata imprigionata: nonostante lei dall’interno urlasse loro a squarciagola di agire, di tentare, di provare a fare qualcosa, qualsiasi cosa, i medici tergiversavano, posticipavano appuntamenti, visite, controlli, con un’energia quasi diabolica da farle spegnere quella voce speranzosa ormai flebile e senza tono.
L’apatia iniziò a impadronirsi del suo essere.
Da quel giorno la sua luce smise di essere così radiosa. Iniziò a brillare di una luce riflessa, calda sì, ma meno intensa e folgorante. Era come una candela all’interno di una stanza buia: nel suo piccolo, si impegnava con tutta se stessa a illuminare il più possibile le pareti circostanti, ma questo sforzo le costava fatica per l’ossigeno che continuamente svaniva bruciato dalla sua fiamma, e allo stesso tempo non le garantiva di avere il permesso di vedere chiaramente ciò che le stava intorno. Né, tantomeno, la sua luce le avrebbe concesso di far brillare la sua persona.
Consapevole della caducità delle cose e della realtà, aveva deciso che la cosa migliore da fare era cercare una vita lontano da tutto ciò che implicasse un rapporto duraturo. Non le sembrava opportuno sparire completamente dalla faccia della terra, ma la mente allucinata dal progredire di una malattia a lei invisibile aveva reso necessaria l’acquisizione di un nuovo atteggiamento nei confronti della quotidianità che aveva stabilito di ritagliarsi. Mentire non era per lei onesto né pratico. Avrebbe semplicemente smesso di raccontare di sé.
Non sarebbe stato poi così difficile.
Ciò nonostante, il destino non avrebbe tardato a far valere le sue doti di inguaribile, audace e sadico giocatore.

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