lunedì 9 agosto 2010

Prelude. Capitolo III

Quando ogni bambina giocava con le bambole immaginandosi in un prossimo futuro madre di innumerevoli figli, sposata a un marito che al ritorno dal lavoro avrebbe deliziato i pasti caldi preparati con amore, lei si immergeva in un mondo in cui ciò che era priorità per una coetanea non l’esaltava più di tanto. Piuttosto desiderava l’avventura, fare viaggi, conoscere nuove culture, assaggiare i cibi più diversi, inebriarsi dei profumi più esotici. Ma da quando aveva scoperto che la sua vita avrebbe dovuto subire un ridimensionamento drastico, si era lasciata avvolgere da un torpore che le impediva di concedersi anche alla più insignificante delle esperienze.
Lavorava perciò nella biblioteca del paese. Questo non era soltanto un lavoro che avrebbe tenuto celato agli occhi più indiscreti la sua duplice vita, ma era anche un’occupazione che le permetteva di evadere dallo squallore imposto dalla malattia. E quindi, poteva volare verso terre sconosciute alla ricerca di nuove ed entusiasmanti esperienze con le descrizioni dei paesi più lontani, credere di assaporare gli aromi più particolari annusando la polvere che timidamente si appoggiava sulle pagine dei suoi libri preferiti, immaginare il tocco dell’acqua fresca delle cascate, avvertire il gusto delle pietanze più amate da tutta quella schiera di persone che ogni giorno le tenevano compagnia, sostituendo al viaggio reale quello vagheggiato dalla sua mente di bambina sognatrice.
Un mondo senza preoccupazioni era quello che si nascondeva tra le parole adagiate ordinatamente sulle innumerevoli pagine che toccavano ogni giorno le sue dita. Un mondo in cui lei poteva definirsi ancora una vincitrice, e non una sconfitta. Un mondo in cui la sua presenza non era un peso né per lei, né per le persone che le stavano attorno. Un mondo migliore. Un mondo impossibile. Un mondo per lei reale.
Ma non si dimenticava di appartenere al mondo di tutti i giorni, al mondo di tutti gli altri. Per cui lavorava, lavorava anche con piacere in quel luogo incantato, ricoperto di strumenti potentissimi per la sua mente e per la mente di chi, senza timore, si concedeva a ciò che l’autore per primo intendeva comunicare. Si sentiva soddisfatta quando vedeva qualcuno riportare un libro prima della scadenza, ed era più che entusiasta quando riusciva a scorgere negli occhi di queste persone la passione vera, quella che nasce dai sentimenti più profondi e sconvolgenti. Decideva allora di uscire per un secondo dall’abito di bibliotecaria e si sbilanciava un po’, riportando le proprie impressioni sul libro che teneva ancora tra le mani, prima di riporlo nello scaffale adeguato. Si accorgeva di uscire dal personaggio, ma non le dispiaceva se poi la invitavano a dare loro alcuni consigli per le successive letture. In queste occasioni si sentiva importante. Si sentiva vera.

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