venerdì 13 agosto 2010

Prelude. Capitolo IV

Uscita di casa in perfetto orario, si diresse con passo lento e posato alla biblioteca, stranamente senza farsi prendere dall’ansia, ma per la prima volta dopo parecchio tempo gustandosi le primizie che quella bella giornata di sole aveva da offrire così, disinteressatamente. Attraversò la piazza a scacchi avorio e blu ancora libera dal fervore mattutino quasi in punta dei piedi, come una ballerina inesperta che indossa per la prima volta le scarpette, e come questa sta attenta a non sgualcire la tela sconosciuta che le avvolge il piede, anche lei usava la stessa cautela nello sfiorare il pavimento, timorosa di rovinare quella superficie che le sembrava così regale e importante. Giunta all’estremità della piazza, invitata dal fragrante profumo di pane che usciva dalla panetteria, decise di fermarsi a comprare dei panini con gocce di cioccolato, dandosi l’opportunità di gustare una merenda sfiziosa ogni tanto.
Al semaforo, alzati gli occhi verso l’enorme porta intarsiata della biblioteca, vide senza sorprendersi il ragazzino. Doveva avere all’incirca una decina d’anni, alto quanto basta per un bambino della sua età, capelli di un rosso intenso e occhi verdi, limpidi e gentili. Da quando era finita la scuola, passava tutto il giorno in biblioteca e leggeva libri di continuo. Arrivava in anticipo rispetto all’orario di apertura della biblioteca e si metteva ad aspettare, senza fretta, che lei arrivasse ad aprire. Poi entrava, in rigoroso silenzio, sceglieva sempre la solita poltrona di spesso cuoio marrone scuro e leggeva. Leggeva, senza sosta. Appena finiva un libro, si alzava e sempre silenziosamente andava a riporlo nello scaffale, procedendo immediatamente alla ricerca del libro successivo. Non parlava molto, leggeva e basta. Più di qualche volta, durante la quieta ricerca, aveva alzato gli occhi verso la postazione della ragazza, quasi avesse voluto cercare consigli con lo sguardo, ma non appena si accorgeva di essere da lei osservato, tornava timido a sfiorare le copertine rigide dei volumi.
Dopo circa una settimana dalla sua prima comparsa, lei aveva deciso di rivolgere qualche parola al ragazzino. Non pretendeva di instaurare con lui una conversazione, le bastavano poche battute. Dopo qualche ora, quando ormai entrambi mostravano i primi segni d’intorpidimento dei muscoli, dovuto al troppo tempo passato seduti, lei si era avvicinata e gli aveva chiesto dolcemente se aveva fame. Il bambino aveva risposto abbastanza deciso che stava bene così, che non aveva fame. Ma non appena lei aveva tolto dall’involucro di carta i panini dolci che prendeva ogni mattina dal fornaio, era sembrato che il profumo del pane cotto a puntino avesse catturato con il suo aroma al cioccolato l’olfatto del ragazzino, che ripensandoci aveva sorriso con occhi affamati alla ragazza.
E fu principalmente così che divennero amici. Passavano tutto il tempo assieme, lui leggendo e lei guardandolo assorbire ogni parola di quello che leggeva. Il bambino non ci pensava a prendere in prestito i libri, diceva che a casa i genitori non avrebbero capito il suo appassionato desiderio di immergersi nella lettura. E nonostante lei avvertisse che tra di loro si stava instaurando un legame, stare con quella personcina delicata le faceva bene. Ridevano tanto. Lui non le chiedeva mai cose inopportune, la loro era un’amicizia appropriata, semplice, umile. Lei portava, come se fosse una sorta di rituale, i panini al cioccolato che li avevano così uniti. Si sentivano avvolti da un sentimento profondo, da una fratellanza che era non biologicamente ma spiritualmente reale. Si rivolgevano reciprocamente quelle premure che si riservano solo a chi ha un posto importante nel proprio cuore. Si volevano bene.
Il bambino davanti alla porta intarsiata si chiamava Tuck. Era il suo migliore amico.
Lei venne col tempo a sapere che la famiglia di Tuck non gli riservava le giuste attenzioni. Con un lavoro piuttosto importante in città, i genitori del ragazzino erano costretti a lasciarlo sempre solo, seppur non senza rimorso. Ed erano in realtà ben felici che il figlio apprendesse dalla lettura il più possibile, anche a casa. Era Tuck, però, a non sopportare che il freddo e il buio di un’abitazione vuota e per lui senza amore lo inglobassero nella desolazione. Preferiva di gran lunga la luce calda e accogliente che filtrava dalle vetrate della biblioteca, in cui per la prima volta era riuscito a trovare chi lo faceva sentire importante.
Tuck aveva imparato a conoscere più cose su quella bella ragazza che era la sua migliore amica di quante in realtà lei avesse rivelato. Sapeva che in realtà il caffè non le piaceva poi così tanto per la fronte che corrugava impercettibilmente quando il liquido scuro le scendeva per la gola. Sapeva che preferiva un buon tè caldo, alla vaniglia soprattutto. Sapeva che avrebbe desiderato scappare da quel paesino ogni volta che sospirava con fare sconsolato. Sapeva che i fiori le piacevano da morire, anche se la sua postazione ne era sempre sprovvista. Sapeva che le piaceva scrivere, che quando non parlavano lei prendeva in mano una penna stilografica e iniziava senza sosta a dare giudizi sui libri che aveva letto, a descrivere i nuovi arrivati in biblioteca, a mettere per iscritto tutto ciò che le passava per la mente. Sapeva che un giorno lontano lui avrebbe letto tutti i di lei pensieri. Sapeva anche che aveva un segreto importante da custodire, ma non sapeva quale... Solo aveva capito di non dover chiedere, di non approfittare della confidenza che la ragazza gli concedeva. Sapeva che avrebbe potuto scoprire qualsiasi cosa col tempo, aspettando pazientemente che lei gli si rivelasse nella sua totale integrità. Bastava solo pazientare un po’.
Entrarono come ogni mattina in biblioteca, scambiandosi un complice sorriso in quel silenzio ristoratore che tanto piaceva a entrambi.

1 commento:

  1. Oddio... mi hai riportato pian piano in quel periodo in cui passavo i pomeriggi interi in biblioteca, anche solo per leggere il nome degli autori e i titoli dei vari libri.
    Hai un modo di scrivere che è... è... adorabile :-)

    E.

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