lunedì 16 agosto 2010

Prelude. Capitolo V

Era una calda mattina di fine giugno, ma nell’edificio il fresco profumo di carta invecchiata dalla polvere e dal tempo riusciva a penetrare nelle ossa e a dare un gradevole sollievo dalla calura dell’estate. La foschia, però, che si intravedeva all’orizzonte e il grigio plumbeo di cui le nuvole candide si erano tinte, facevano presagire l’arrivo di un lieve temporale estivo.
C’erano poche persone quella mattina. Qualche studente universitario con dedizione si dedicava allo studio di smisurati tomi scientifici per completare la propria preparazione, qualche anziano in pensione invece si rilassava leggendo il giornale nella saletta che dava sulla piazza, le cui immense vetrate davano l’opportunità di osservare il mondo tipico di un paese che mai si stanca di muoversi.
Se ne stava seduta alla sua scrivania, mentre Tuck andava alla ricerca della prossima preda letteraria. Tutt’intorno, la quiete.
Improvvisamente, la porta si aprì. La luce, obbligata dalla pesante porta chiusa a rimanere all’esterno, irruppe con impeto prorompente nell’ingresso dell’edificio, dove lei si trovava, impedendole di capire chi fosse la persona appena entrata.
Forse in quel momento, lei non stava pensando a niente. O meglio, forse in quel momento stava pensando a tutto. Tante, troppe erano le cose che vorticosamente le giravano in testa, come una trottola impazzita che continua a sbattere contro le pareti, ma nonostante ciò non smette il suo moto tumultuoso. E in questa irreale ma generale contemplazione di mille cose che circondavano la sua essenza, in questo oblio fatto di pensieri che si rincorrono l’un l’altro, instancabili, interminabili, incapaci di raggiungere una metà, in questo momento di pausa dalle naturali preoccupazioni quotidiane, successe qualcosa.
Smise di pensare. Il che, di per sé, può sembrare completamente illogico.
Non si smette di pensare. Al massimo, si sospende temporaneamente la consapevolezza del pensiero, ma di certo l’assenza totale di idee è inconcepibile.
Invece, lei lo fece. Per pochissimi secondi.
Immersa in una dimensione a cui solo l’apnea è paragonabile, lei smise di capire.
Ripensando poi a quel momento, non sarebbe mai più stata capace di descrivere l’attimo in cui perse la facoltà di articolare anche la più semplice delle proposizioni.
E causa di tutto furono gli occhi più belli che avesse mai visto. E il fatto che non sapesse identificarne il colore la sconcertava.
Non fece nient’altro per tutto il giorno, se non chiedersi chi fosse quel ragazzo.

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