giovedì 26 agosto 2010

Prelude. Capitolo VI

Il ragazzo continuava a venire in biblioteca, tutti i giorni. La sua bocca si schiudeva in un debole sorriso e si muoveva poi sempre lentamente e modestamente nello scandire i titoli dei tomi da consultare, quasi nutrisse un profondo rispetto per l’eccelsa sapienza depositata da autori curiosi e consapevoli di dare all’umanità risorse incomparabili, e il tono della sua voce era deciso, ma mai arrogante o sbrigativo. A volte rimaneva giusto per il tempo di controllare poche pagine, a volte restava seduto per ore a sfogliare libri interi. Spuntava da un vecchio taccuino di pelle nera tutti i nomi che la bibliotecaria era riuscita a trovare, ne annotava quelli che avrebbe voluto consultare, depennava i pochi che non erano disponibili. Ogni tanto, scarabocchiava frettolosamente qualche citazione. Tutto qui.
Nessuna pretesa, nessuno sfoggio di superiorità, niente di niente. Si vedeva che era una persona colta, educata, decorosa nei gesti, ma tutti questi attributi non faceva presagire niente di così insormontabile. Lei non sapeva come comportarsi. Non era riuscita a sapere niente di lui. I suoi gusti, i suoi pensieri, i suoi commenti... il suo nome... niente. Si manteneva a distanza dai suoi modi gentili, forse sicura che la normale cortesia da lui mostrata la potesse segretamente incatenare.
Tuck la vedeva in difficoltà, ma dal profondo dei suoi dieci anni non aveva capito che quello che la ragazza provava era paura di mostrarsi ridicola davanti a uno sconosciuto. E se non l’aveva capito, era perché riteneva questo pensiero irragionevole. Come si poteva non avere il coraggio di andare da un ragazzo normale a chiedergli come si chiamava? Inconcepibile. Ogni mattina il bambino attaccava di nascosto sulla scrivania della ragazza post-it colorati con cui dava dimostrazione della sua precoce ma non maliziosa furbizia. A volte, si limitava a scrivere con una grafia pulita, essenziale ma incisiva, alcune parole, tra le quali quella che la sconvolgeva di più per la sua brutale semplicità era sciocca.
Lei rimaneva lì, seduta a rigirarsi tra le mani quei foglietti colorati, finché la colla sul retro scompariva tra le sue mani lasciando delle friabili tracce color nocciola. Sentiva di essere ridicola, sentiva che Tuck la trovava ridicola. Eppure, era bloccata, sia dalla sua timidezza che dalla consapevolezza di dover stare al suo posto, nell’intimo di quell’occupazione che le nascondeva la vita. L’unica valvola di sfogo era rappresentata da una passione che aveva capito essere l’unica adatta alla sua condizione, l’unica in grado di sopperire alla mancanza di una confidenza segreta con qualunque persona.
Scriveva, senza ordine, senza criterio, senza una logica. Si dedicava un po’ di tempo ogni giorno per annotare i suoi pensieri, senza aver fretta di strappare alla sua interiorità qualcosa di scomodo e ingombrante. Non aveva un rituale fisso, scriveva e basta. A casa, al lavoro, nel tempo libero depositava la sua e quella che avrebbe voluto essere vita in pagine di carta spessa, un po’ grossolana, che dava la piacevole sensazione di antica e pregiata concretezza. Donava alla carta i sentimenti, le preoccupazioni, le impressioni, i turbamenti che il suo cuore non era in grado di regalare a un’anima reale. Sfogare la sua repressa quotidianità in centinaia di parole al giorno la facevano sentire meno inadatta alla vita. E funzionava, almeno la maggior parte delle volte.
Da quando poi era apparso lo sconosciuto, il suo io più nascosto, più vero, ne era rimasto scosso. Non sapeva capacitarsi di tutto ciò. Non era da un bel po’ la ragazzina che l’età le avrebbe concesso di essere, eppure quella sensazione di smarrimento quando incontrava i suoi occhi le bruciava costantemente alla bocca dello stomaco, quasi fosse sul punto di lanciarsi da una rupe altissima, a picco su un mare nero le cui onde impalpabili alla vista l’avrebbero imprigionata in un vorticoso furore. Erano gli occhi la chiave di tutto. La seducente profondità di quello sguardo era in netto contrasto con l’assenza di un colore preciso. Si sentiva frugata nell’intimità della sua indipendente solitudine ogni volta che quegli occhi si poggiavano su di lei. Avvertiva di essere colta nella sua più totale vulnerabilità, come se quello sguardo le incenerisse all’istante i vestiti e la prendesse in una nudità di cui lei stessa non era consapevole. La svuotava, la scuoteva, estorceva da lei tutti i segreti del suo mondo, senza neanche uno sforzo. Solo un battito di ciglia le dava temporaneo sollievo da quel patimento. Patimento che a lungo andare divenne attrazione. Patimento che divenne incanto. Patimento che fu motivo del suo essere.

Nessun commento:

Posta un commento