lunedì 20 settembre 2010

Ehi... C'è nessuno qui dentro?

Quanto vorrei essere immersa in un paesaggio come questo, slegata da tutto ciò che offusca la mia mente e mi impedisce di andare avanti... a scrivere.
Continuo a modificare o, peggio, a cancellare tutto quello che scrivo. Non ho nessuna brillante idea. E la cosa più frustrante è che mi accontenterei anche di un'idea mediocre, di qualsiasi idea, pur di cercare di andare avanti e scrivere, ma farlo bene.


Vorrei essere come Gogol'. In lui l'intreccio è di per sé povero, quasi manca del tutto, e si sviluppa da un solo evento aneddotico, dall'accrescimento di singole scene, da una situazione di apparente immobilità.
Pavel Annenkov - critico letterario e storico russo, riferisce di lui: "Diceva che per il successo d'un racconto lungo o di un racconto in genere è sufficiente che l'autore descriva una stanza e una strada a lui note".
Si sa come la necessità di avere sotto mano qualcosa di simile a un intreccio metteva Gogol' in imbarazzo, tant'è che in una lettera a Puškin Gogol' scrive: "Fatemi a cortesia, datemi un intreccio qualsiasi, un aneddoto qualsiasi...".

Se continua così, sarò anch'io costretta a elemosinare storielle...

mercoledì 15 settembre 2010

Prelude. Capitolo VII

Era domenica. Un giorno che in un piccolo paese perso in qualche strano angolo di mondo è un giorno da dedicare alle cose di casa, al riposo, alla famiglia.
Ma lei una famiglia non l’aveva. Fin da piccola era stata abituata a pensare che ognuno al mondo è solo. Non importa quanto possano contare per te gli altri: nei momenti di vita veramente vissuta, in attimi in cui la linfa del mondo ti accende la passione nelle vene scorrendovi come una febbrile novità, nessuno sta con te nei tuoi pensieri, nella tua testa. L’emozione è tua, è intima, è integra e inscindibile dalla tua persona, è una cosa personale e solitaria. È per questo che non si era sorpresa quando, qualche anno prima, svegliandosi una mattina non aveva visto la madre in casa. Sapeva che un giorno avrebbe dovuto cavarsela da sola. L’aveva capito quando il padre, allo stesso modo, se n’era andato una domenica mattina, presto, senza dire una parola, ma senza essere un totale bastardo, perché aveva provveduto a lasciare uan generosa somma per le donne della sua vita proprio lì, sul tavolino all’ingresso di casa, dove di solito appoggiava le chiavi della macchina rientrando dal lavoro. Aveva dieci anni, e aveva compreso allora il destino di tutte le anime sparse nell’universo, quello cioè di condividere le diverse sfaccettature della vita solo ed esclusivamente con la propria coscienza. Non era cinismo il suo: era solo la concretizzazione della realtà così come l’aveva sempre concepita lei.
Per lei la domenica era un giorno come tanti altri. Niente festeggiamenti speciali, niente gioielli della mamma per andare in chiesa, niente pranzi degni del più eccellente degli chef, niente vestiti della festa, niente passeggiate del pomeriggio con la famiglia, niente parenti a cena, niente chiacchierate davanti al camino con il papà. Niente. Per lei la domenica era solo un giorno come tanti altri. Quella domenica, però, era il suo compleanno.
Dalla veranda, contemplava il mistero della natura in continuo mutamento. Il cielo era picchiettato di batuffoli di nuvole grigie e impalpabili, la cui delicatezza era cibo per i suoi occhi stanchi. I rami degli alberi si muovevano al ritmo di una musica che in realtà non c’era. Seguivano le note di quell’innocente silenzio che solo il vento era in grado di cantare.
Ora lente, ora più veloci, le foglie danzavano davanti ai suoi occhi, cullate dal loro destino, in un’atmosfera tiepidamente grigia e morbida che sembrava voler congelare quell’attimo per l’eternità.
Solo il cinguettare degli uccellini tradiva l’immobilità temporanea di quella situazione. La loro era una voce spezzata, un po’ triste, ma squillante e viva, piena di speranza... solo che il vento sapeva portarsi via anche quella speranza.
Chiuse gli occhi e cercò di respirare a pieni polmoni. Il fresco soffiare dell’aria di quell’anomalo inizio estate era per lei come il rifrangersi delle onde sul bagnasciuga, violento, indispensabile, ma necessario e rigenerante. Sentiva la brezza sfiorarle delicatamente ogni millimetro di pelle, e darle a poco a poco nuova vita da disperdere così, come aveva fatto finora, consapevole che a un nuovo soffio di vento ne avrebbe ricevuta gratuitamente ancora, ancora e ancora...
La pioggia, finalmente, verso sera arrivò. Le piccole gocce cadevano l’una accanto all’altra, fitte, quasi fossero consapevoli dell’imminente impatto con il duro terreno arso per giorni dal sole, e perciò intimorite dall’inevitabile scontro. Non appena una goccia toccava il suolo, altre la seguivano, incessantemente, finché a terra non presero a formarsi delle pozzanghere.
Quanto vorrei essere una goccia d’acqua in quest’istante, pensava. Quanto deve essere bello non dover fare i conti con le proprie riflessioni.
Concedendosi il piacere di respirare l’aria bagnata, si distese affabilmente sul divanetto della veranda e rimase così, ad assaporare quel delizioso gocciolio di pura magia, finché l’oscurità non l’avvolse tra le sue morbide coperte.
Una sera come le altre. Ma forse allo stesso tempo diversa, o completamente uguale, perché per un’altra sera ho la possibilità di chiudermi in me stessa e pensare... sì, pensare. Pensare alla mia vita, pensare a quello che mi circonda, pensare a quello che sono e a quello che sarò... pensare.
È strano come tutto possa sembrare effimero, come tutto possa scorrere davanti ai nostri occhi e non avere un significato, non avere un'identità. Ma se poi ti metti ad analizzarlo, a cercare la sua anima nascosta tra le fitte trame dei ricordi, allora sì, allora tutto ha un senso, tutto ti porta a comprendere la vera natura delle cose.
Cose che a prima vista possono apparire inconsistenti e che invece si rivelano essere vera essenza del tuo spirito. È come realizzare di avere le ali mentre stai scendendo verso l'infinito, è come capire di poter volare quando non hai più le speranze.
Immagini del mio passato, immagini del mio trascorso sfuggono veloci nella mia mente, timorosi di essere individuati e fissati per sempre. Ne afferro uno, e quasi consapevole di quello che potrei vedere riflesso nello specchio della mia anima, lo ammiro, realizzando che il contenuto di questa immagine è sempre lo stesso: una figura solitaria, una figura che si staglia su di uno sfondo oscuro, che negli occhi ha impresso il dolore e la malinconia di non aver rivelato quello che sente, di non essere ancora stata in grado di comunicare quello che prova per il semplice motivo di sentirsi inadeguata.
Una canzone di natura, brezza leggera che entra nella mia mente, mi riporta alla realtà, in una realtà che mi sembra incompiuta, in una realtà che non mi sembra la mia, ma che di fatto lo è: realtà che mi ha cresciuta, realtà che mi ha formata, realtà che mi accompagna.

Riuscirò mai ad avere le ali?...