giovedì 30 dicembre 2010

Mordersi l'anima

Non erano amici.
Non si potevano definire nemmeno conoscenti.
E non erano poi neanche così simili.
Non c'era niente a tenerli legati.
Niente che giustificasse il loro rapporto.
Niente, se non quegli incontri ritagliati grossolanamente in due vite completamente differenti.
Ma in quei momenti, una cieca passione bruciava nei loro occhi spaventati, e un'indomabile furia li colpiva e li trascinava in un groviglio di lenzuola ruvide.
Si afferravano, si prendevano con atroce desiderio, si annullavano nell'estasi di un gesto tormentato, e non sentivano altro bisogno se non quello di mordersi l'anima l'un l'altra, quel tanto che basta per farla sanguinare, quel tanto che basta che sentirne l'odore tiepido nelle narici, quel tanto che basta per assaporarne il gusto deliziosamente dolciastro.
E niente più.
Non c'era davvero niente a tenerli legati.
Perché anche in quegli indefinibili istanti passati assieme, il grido della loro individuale disperazione si mescolava all'amarezza di non volersi e non potersi amare davvero.

sabato 4 dicembre 2010

Avere vent'anni

Mi ricordo quando avevo vent’anni. Mi sentivo grande.
Niente mi ridarà più quella sensazione di sicurezza che mi si irradiava dentro, come una luce, attraversandomi tutto, dalla punta delle dita fino a lì, al cuore. Me lo sentivo battere all’impazzata, a vent’anni.
Mi sentivo importante, io, pur non essendo un granché.
Ma avevo vent’anni. Avevo la vita tra le mani.
Mi ricordo che camminavo per la mia città con uno strano sorriso stampato sulle labbra, il malizioso sorriso di chi sa di poter avere tutto pur non chiedendo niente.
Ci si sente potenti, a vent’anni. Non si hanno le preoccupazioni degli adulti, non si cerca di dare importanza al prossimo futuro, si pretende di far finta di essere grandi pur non essendolo davvero, si può ancora giocare con la consapevolezza di non dover rientrare troppo presto. Si azzarda, per le prime volte, sapendo di potersi permettere ancora per un po’ quella leggerezza di pensiero e inconsistenza delle azioni tipiche dell’età appena lasciata, ma reclamando una maturità ancora estranea. È come una nuova adolescenza.
Ma non ci si sente fragili, a vent’anni. Ci si sveglia esploratori di un mondo mai notato prima, nonostante fosse sempre stato a portata di mano. Ma la luce è diversa: tutto brilla, tutto è nuovo, tutto deve essere toccato, gustato, esalato, respirato... vissuto.
Ti senti il ritmo della vita nel petto, a vent’anni.
Cammini a testa alta, incroci con gli occhi qualcuno, e non puoi fare a meno di chiederti: “Sarà invidioso di me? Saprà che ho vent'anni?”.
Ma fuggi via, non ci pensi molto, perché la vita è veloce a quell’età. Non riesci ad assaporarla a pieno, a frugare con lo sguardo in ogni suo angolo, che ti ritrovi con qualche anno in più, intento a osservare ragazzi più giovani di te, che si sentono forti in edifici ingrigiti dal tempo, tra i banchi consumati da giorni di nuove esperienze, che sperimentano l’amore per le prime volte, che si muovono senza pensieri, mai angosciati a quell’età, che sentono per la prima volta lo sfarfallio di vita nelle vene, che tremano per il calore intrinseco del mondo, che respirano il profumo dolciastro di quell’età tanto sognata.
E tu rimani a chiederti se non avrai perso qualcosa per strada.
Rimani assorto, nella sola compagnia di perfide rughe che avvolgono nella loro morsa indifferente i tuoi occhi spenti, rubando anche l’ultimo tuo barlume di vivacità.
Ti chiedi, superiore, cosa c’era di tanto speciale.
Ma nel profondo sai di rimpiangere di non poter tornare più indietro.


[A quel Preside, che forse più di tutti mi ha ispirato tutto questo...]