domenica 20 novembre 2011

Come viaggiano i bambini


Non ho mai realmente dovuto viaggiare, in vita mia.
Vivevo in un piccolo paesino, in cui tutto era a misura d'uomo e ci si poteva spostare a piedi. Camminavo, dunque, per raggiungere il negozio di alimentari dove mi mandava mia madre, camminavo per arrivare a scuola, per andare a messa la domenica, per vedere gli amici al pomeriggio. Avevo le mie gambe, e con quelle non mi serviva andare in nessun altro luogo. Non ne ho mai sentito il bisogno, perché sapevo di non essere mosso dalla genuina curiosità di scoprire cosa potesse esserci al di fuori di tutto quello che già conoscevo. A me bastava, e se devo essere sincero non era un concetto familiare quello di prendere, fare le valigie e partire, all'insegna di luoghi più o meno conosciuti. Non ricordo di aver mai fatto una vacanza. E sono cresciuto pensando che l'idea di viaggiare non mi apparteneva.
Questo, però, non vuol dire che non abbia mai dovuto prendere un treno.
Tutti avvertono la necessità di muoversi prima o poi nella vita, persino io. Venne il tempo in cui lavorare mi serviva a vivere, spostarmi mi serviva a vivere, e trovandomi impreparato, spiazzato dall'esigenza, ho dovuto un po' improvvisare, quasi affidarmi alla sorte e scegliere tra i tanti il mezzo che più sembrava adatto a me. Ho scelto il treno, alla fine, forse più per comodità che per libero spirito d'avventura. Quello non ce l'ho mai avuto. La stazione stava in fondo alla strada. Questione di praticità, ecco tutto.
Forse dovrei solo ammettere che a un certo punto della mia vita ho preso a viaggiare, e a farlo ogni singolo giorno, spostandomi di stazione in stazione, salendo e scendendo da un treno all'altro, arrivando puntualmente a una destinazione diversa, ripetendo le stesse azioni così tante volte che ormai ho perso il conto, entrando in così tante stazioni ferroviarie che ormai vivere senza poterne respirare l'odore mi è diventato inconcepibile, inimmaginabile.
La verità è che mi sono infilato a mia insaputa nel corpo di un viaggiatore, senza intenderne davvero le sembianze, ma cucendomi addosso nel tempo abiti che potessero farmi sentire coerente con quello che ero sempre stato, nonostante stessi lentamente cambiando. Viaggiare non era mai rientrato nelle mie prerogative, non ne conoscevo il significato, perché forse ero stato abituato così, e rapito da ciò che avevo sempre sentito dire da altri, mi sono perso su singole interpretazioni che non mi appartenevano, valutando l'uno per il tutto, e arrivando a conclusioni affrettate, leggere. Nell'innocua ignoranza dei miei pensieri, però, avveniva un'impercettibile e graduale metamorfosi, che mi faceva accettare quello che facevo man mano, convivere con la mia idea di viaggio in cui mi ero finalmente imbattuto. Non che fosse amore, quello che nutrivo. L'obbligata routine della stazione mi stava stretta ogni giorno di più, perché meccanica, innaturale, mossa da tutto quello che non aveva a che fare con la spontaneità. Tuttavia ci ho fatto l'abitudine, una di quelle di cui nemmeno più ti accorgi. Ed è forse per questo che, dopo tutto il tempo passato su un treno, non riesco ancora a definirmi un viaggiatore, vero, onesto, puro, emozionato all'idea della partenza e conscio della fine di un viaggio come nuovo inizio. Sento di non averne lo spirito. E lo so perché non percepisco lo sfarfallio.
Ai binari c'è sempre qualche bambino che aspetta impaziente l'arrivo del treno. Lo accompagnano uno, due nonni a volte, e aspettano insieme di udire quel fastidioso fischio che lo annuncia. Il bambino se ne sta buono, tra braccia protettive che lo circondano, fino a quando realizza che sta per succedere qualcosa, quasi una brezza leggera glielo suggerisse all'orecchio. Le sue guance si colorano allora di rosso, i suoi occhi si accendono di febbrile eccitazione, e da lì a poco si vede in lontananza il treno sopraggiungere, un po' altezzoso, impavido, sicuro, aiutato dalla mole e dalla velocità che va via via diminuendo, fino al completo arresto. Il bambino quindi cerca di divincolarsi, protende le piccole manine che escono a malapena dall'ingombrante cappotto verso quel nuovo luccichio, come se volesse staccarsi dal proprio corpo solo per toccare quella visione. Strilla contento, imitando i rumori del treno, si volta incredulo verso chi sta con lui, e sorride. Sorride, con tutto se stesso, e in quel sorriso ci mette tutta la forza che possiede, tutta la gioia accumulata nei momenti di attesa. E non sa ancora cosa significhi salire sul treno, ma vorrebbe farlo ugualmente, io lo so. Però al momento gli basta sapere di poter aspettare l'arrivo di un altro treno. È questo che lo rende felice.
Rimango sempre incantato a contemplare quei bambini in disparte, partecipe di uno spettacolo che non oso disturbare. Non alzo gli occhi con disappunto, non ci penso a criticare, solo guardo e basta. Sorrido tra me e me, a volte. Ed è in quei momenti che capisco che ci sono persone che quell'incanto infantile, quei brividi frenetici di euforia li vivono costantemente, li portano con sé, non li dimenticano.
Io, che non ho mai davvero avuto un'idea di viaggio in sé e per sé, so che questa deve nascere proprio da episodi di questo tipo, da emozioni di questo tipo. La magia è racchiusa lì dentro, in quei gridolini di sincera ammirazione, in quegli occhi che brillano, in quello slancio di vita che il corpo trasmette alla vista di un treno che si ferma al binario.
Comprendo che è in quel momento che nasce il viaggio. Ed è lì che si diventa viaggiatori.

[A Monica, che di viaggi se ne intende]

lunedì 31 ottobre 2011

Lacrime sul suo viso


E poi vidi le lacrime sul suo viso.
Non dovetti nemmeno sforzarmi di dare loro un nome, un motivo. Sapevo tutto, di loro. Sapevo perché adesso le scendevano dagli occhi, bagnandole le guance di sale.
Così mi sdraiai sul letto, accanto a lei. E non feci nient'altro, se non abbracciarla.
Non dissi neanche una parola.
Perché quelle lacrime l'avrebbero fatta star meglio, poi.
Perché quelle lacrime le sarebbero sembrate un capriccio, a mente leggera.
Perché quelle lacrime erano solo un altro modo di tirar fuori la paura.
Quindi la lasciai fare, senza metterle fretta.
Non volevo rubarle il suo momento.
Perché io, a differenza sua, avevo potuto prendermi il lusso di piangere quando non c'era nessuno a potermi vedere.

mercoledì 26 ottobre 2011

SongForToday, 2

Oggi mi va questa canzone.
Che mi sa di pioggia, anche se ormai non ne scende più neanche una goccia.
Che è un po' triste, anche se io non lo sono poi così tanto.
Che non c'entra quasi niente con l'immagine, lo so.
Ma a me importa poco.

giovedì 13 ottobre 2011

Che fai tu, luna, in ciel?


Ero in macchina, prima.
Guardo in lontananza e la vedo, la luna. Non mi è nemmeno servito cercarla nel piccolo spazio di cielo che mi si apriva nell'abitacolo.
Era grande, bella, perfetta.
Era lì, a illuminare tutt'attorno, e io non ho fatto altro che guardarla.

Ma all'improvviso, senza che me ne accorgessi, la luna non c'era già più.
Sparita, inghiottita da una matassa di nubi scure.
Lei, però, non s'è data per vinta. Come una lucciola intrappolata nelle mani di un bambino dispettoso ha continuato a brillare, forse con maggiore intensità, lasciando che la sua luce annientasse il nemico beffardo e presuntuoso. Ha tinto il poco spazio che le rimaneva per respirare di colori nuovi, taglienti e argentei, e ha lasciato che quello stesso spazio le si chiudesse lentamente attorno prima di farsi risucchiare tutto d'un tratto.
Avessi avuto una macchinetta.
Ma niente.

E io che credevo certi spettacoli si potessero ammirare solo nei quadri.

lunedì 3 ottobre 2011

Credo sia giusto rispettare le tradizioni


Il krapfen delle dieci, ogni martedì.

sabato 1 ottobre 2011

Non riesco a non commuovermi quando la leggo.


Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
Le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
Non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
Eugenio Montale, Ho sceso dandoti il braccio

domenica 25 settembre 2011

Love Baking

Appena uscita dalla modalità pasticcera.
Due il totale delle torte realizzate:
1) la mia solita cheese cake con marmellata di fragole e cioccolato bianco, un classico a casa mia
2) la nuova crostata con pere, amaretti e cioccolato, ultimo dei miei esperimenti, che non è mai rimasta nella tortiera per più di un paio d'ore

Aspetto il momento dell'assaggio e spero, spero siano riuscite come dico io.

Cosa non si fa per i nonni che compiono gli anni...

sabato 10 settembre 2011

Notre-Dame de Paris, Arena di Verona

«Trovarono tra tutte quelle orribili carcasse due scheletri, uno dei quali abbracciava singolarmente l'altro. Uno di quegli scheletri, che era quello di una donna, era ancora coperto di qualche lembo di una veste di una stoffa che era stata bianca, ed era visibile attorno al suo collo una collana di adrézarach con un sacchettino di seta, ornato da perline verdi, che era aperto e vuoto. Quegli oggetti erano di così poco valore che di certo il boia non li aveva voluti. L'altro, abbracciava stretto questo, era lo scheletro di un uomo. Notarono che aveva la colonna vertebrale deviata, la testa incassata tra le scapole e una gamba più corta dell'altra. D'altronde non aveva alcuna vertebra cervicale rotta ed era evidente che non fosse stato impiccato. L'uomo al quale era appartenuto era quindi giunto lì, e lì era morto. Quando fecero per staccarlo dallo scheletro che abbracciava, cadde in polvere.»

Notre-Dame de Paris, Victor Hugo

Mai provato emozioni simili.
Tutta l'attesa è stata ripagata da uno spettacolo sensazionale, entusiasmante, divino. Perfetto.
Ma non trovo nemmeno le giuste parole per raccontare quello che è stato la scorsa sera.
Ho una strana, bella, magica sensazione nel ricordare ogni singolo momento che mi ha fatto emozionare, ma credo di volerla custodire gelosamente, anche per lasciare che l'immaginazione vi solletichi il pensiero di andare a curiosare di persona.

So solo che credo di non aver mai avuto i brividi di gioia.
Sublime.

mercoledì 7 settembre 2011

Interessante


Era sempre stata una persona interessante, nei miei ricordi, una di quelle che lo sono senza troppo sforzarsi di esserlo. Le risultava persino facile mostrarsi affascinante agli occhi degli altri. Bastava una parola, una risata, uno sguardo. Come biasimarla, poi: la verità era che chiunque l'incontrasse non si separava da lei senza provare almeno una punta di invidia per la naturalezza con cui portava avanti una vita in cui scandire ad alta voce la parola 'perfezione' non sembrava nemmeno così presuntuoso. Non devo nemmeno dire che io ero esattamente il suo opposto. Ma negli anni ho maturato la convinzione che questo giudizio fosse approssimativo e semplicistico, quasi fossi stata io spaventata dall'idea di non avere niente da dire su di lei a chi me l'avesse chiesto, mettendomi quindi fretta nel radunare le prime impressioni, i primi tratti di lei che mi avevano ammaliata. Lei aveva ed era qualcosa più di così, lo sento. E mi spiace non sapere tuttora se io l'abbia o meno capita davvero, in tutti questi anni.
Interessanti erano anche le persone che le stavano attorno, ma io non facevo parte di queste. Ci sono rapporti che si coltivano alla luce del sole, altri invece sono destinati a rimanere confinati in momenti asettici, saltuari, brevi, ma non per questo meno pregni di quella poesia che non può essere cosa da tutti i giorni, perché si guasterebbe. Mi piace pensare che sapessimo entrambe di non essere fatte per viverci.
C'era qualcosa in lei che mi ha sempre fatto credere le piacesse circondarsi di persone con cui potesse accendersi della sua brillante vitalità ed essere la persona interessante che ho sempre tenuto ben impresso nella mente, intelligente, sveglia, scaltra, competitiva, testarda, orgogliosa, fiera. Non ho mai lontanamente preso in considerazione la possibilità che potesse stancarsi di mantenere un livello così alto in un rapporto, che pretendesse di meno dagli altri, che si accontentasse.
O che desiderasse essere l'unica interessante.

venerdì 26 agosto 2011

Vorrei avere una vita intera per leggere libri.
E passare una vita intera a farlo.


E potrei non avere altro desiderio, se non questo.

mercoledì 24 agosto 2011

Amnesie

La minestra si tira su col mestolo.
I sette nani sono Eolo, Pisolo, Gongolo, Mammolo, Brontolo, Dotto e Cucciolo.
L'uomo in gessato blu l'ha scritto Mary McCarthy.
L'uomo dal vestito grigio è invece di Sloan Wilson.

A Barney Panofsky.


lunedì 15 agosto 2011

Daydreamer

«To sleep, perchance to dream - ay, thre's the rub»
Shakespeare


Qualche tempo fa, in un sogno avevo l'idea per un ipotetico romanzo. Il sogno era talmente nitido che sono arrivata a pensare di avercela avuta davvero quella brillante idea. Solo che tuttora non la ricordo, per cui mi sono arresa all'evidenza: era un sogno e non ho un'idea per un ipotetico romanzo. Punto.

Nel sogno di stanotte, invece, il mio professore di italiano del liceo mi proponeva di analizzare per iscritto un testo in poco tempo. Non ricordavo granché dell'autore ed ero visibilmente in difficoltà. Al momento della consegna, il professore mi guarda e mi dice che ho troppe idee confuse.

Morale? Ho davvero bisogno di un'idea.
Assolutamente. I sogni parlano chiaro.
Aspetto comunque il terzo sogno per la conferma.
Devo scrivere.

venerdì 1 luglio 2011

SongForToday, 1

Mi piace svegliarmi la mattina con una canzone sulle labbra, una di quelle che probabilmente non ti lasceranno poi per tutta la giornata.
E questa non se ne vuole proprio andare.
L'ho canticchiata proprio tutto il giorno.
Che meraviglia.


martedì 14 giugno 2011

Io scrivo [lezione di cucina]


- E lei, invece, mi dica. Di cosa si occupa?
- Io? Io scrivo.
- Uno scrittore, dunque. Interessante. Davvero molto interessante.
- Guardi, no, non ci siamo capiti. Perdoni, lei non ascolta. Non ho detto di essere uno scrittore. Ho semplicemente detto “Io scrivo”.
- Mi scuso infinitamente, ma pensavo...
- Esatto, lei pensava, non ascoltava. Avessi voluto dirle di essere uno scrittore l'avrei fatto.
- Non credo sia il caso di farne una questione di principio, signore, dopotutto l'associazione è quasi spontanea...
- Niente di più sbagliato, allora. Poco fa lei mi ha detto di essere un cuoco, e credo l'abbia fatto se non per dirmi che la sua professione è quella di cucinare, e di farlo per altri dunque. Ma sono concetti ben diversi. Dire di essere un cuoco implica tutto un mondo di azioni, relazioni, abitudini e responsabilità che una persona che semplicemente cucina non ha, se non magari in parte. Quindi, quando le dicevo di scrivere, intendevo solo questo. Io scrivo. Questo faccio nella mia vita, l'azione avviene in me ancor prima che mi venga riconosciuta. Io scrivo. Significa che non ho bisogno d'altro. Significa che rinuncio a ogni diritto di definirmi uno scrittore. A me non interessa. Lo faccio per me. Io scrivo, e basta.
- Si calmi, non intendevo di certo offenderla. Cercavo solo di fare conversazione... mi dica, cosa scrive?
- Che domanda difficile. E un po' banale, se mi permette. Cosa scrivo... Vede, è come chiedere a un cuoco cosa cucinerà per pranzo. Con la differenza che magari un cuoco un'idea ce l'ha già, ed è per questo che ordina al mercato tutti gli ingredienti di cui ha bisogno e se li fa spedire nella sua cucina. Poi, all'ora prestabilita, non fa altro che riunirli tutti in bell'ordine sul piano da lavoro, e può così dare inizio alla sua creazione. A casa mia, invece, la spesa la fanno gli altri. Non so cosa ci sia in frigo finché non lo apro affamato in cerca di qualcosa da mangiare. Mi capita spesso di richiuderlo senza aver preso niente, senza aver placato i miei desideri, e questo perché l'ho trovato vuoto. Ma può succedere che io non mangi perché non trovo nulla di interessante da mangiare. Qualche volta vorrei davvero mangiare, ma non mi piace farlo per forza. Anzi, a dire la verità mi è quasi impossibile. E allora aspetto che la fame se ne vada, ascoltando il brontolio del mio stomaco bussare arrabbiato, fino a che stanco non si arrende. Mi sento svenire tutto il tempo. Ma presto mi sento sollevato, libero, per pochi momenti, anche se so che presto la fame ritornerà. Lo fa sempre. Sempre. E non c'è niente di più bello che trovare il cibo giusto per placare la fame... Mi lasci parlare. È tutto davvero facile quando si è ben disposti. Non avresti mai pensato che quel certo abbinamento di sapori funzionasse così bene, e invece ne rimani stupito! Basta solo saper aspettare il momento giusto e non forzare le cose. E si diventa dei maestri nell'inventare.
- Ancora una volta sento di non seguirla... Non credo di aver capito. Mi ha già detto cosa scrive?

venerdì 27 maggio 2011

Fiori di limone


Non era di certo per natura che si presentava così agli altri.
La Madre era stata assai più generosa, ma sopportare il peso di così tanta e armoniosa bellezza era un compito che pochi sapevano accettare. Anzi meglio, valorizzare.
Non in questo mondo, perlomeno.
Accadde che un giorno smise di voler essere quello che era sempre stata.
La paura di non essere all'altezza la spinse a chiudersi in se stessa.
E del limone prese tutte le caratteristiche. Una scorza rugosa, bitorzoluta, quasi fastidiosa da toccare, ma non troppo spessa, in modo che fosse facile all'occorrenza riversare all'esterno spruzzi di una covata acidità, che punge, pizzica, brucia.
Riuscì persino a diventare gialla come un limone.
Ma in questa sua meditata metamorfosi, dei fiori di limone aveva scordato il profumo.

sabato 30 aprile 2011

MusicaNuda

Poltroncine di velluto rosso, e già so di essere un po' scettica, perplessa.
Non so bene a cosa sto andando incontro, ma rimango comunque.
Siamo un po' in alto, è vero, e non ho fatto altro che lamentarmi per questo, per finta, certo, ma l'ho fatto comunque.
C'è un orologio là in alto, non so leggerlo, sì, ma se guardo bene vedo che ormai il tempo di iniziare è già andato via.
Brusio, leggero, non troppo fastidioso, parole scambiate con il vicino, che scivolano in un fiume di altrettante parole, interrotte ogni tanto da armoniosi colpetti impazienti.
Uno scroscio d'applausi, improvvisamente, e le luci scompaiono.
E tutto comincia.
I suoni sembrano finti, tanto sono perfetti. Li puoi vedere lì, sul palco, intenti a carpire anche il più piccolo guizzo di vita, senza il minimo sforzo. Ti sembrano davvero vivi.
Ma allo stesso tempo non li puoi afferrare.
Sono snaturati, senza tempo, senza sostanza.
Non ti sembrano reali. Come se il movimento producesse sì il suono, ma non fosse realmente legato a esso. Come se fossero due cose distinte, inconciliabili.
Puoi chiudere gli occhi, se vuoi, e pensare di lasciarti andare, di perderti in quel vortice di note che escono da un contrabbasso, da una bocca appoggiata a un microfono, da un pianoforte a coda nero che se ne sta senza parlare per un bel po'. E ti sembrerebbe di stare in un altro luogo, non lì in teatro, ma un luogo diverso, solo tuo, nato dalla fantasia di cuffie negli orecchi in momenti bisognosi di pensieri muti, e potresti rivendicare emozioni che credi di saper provare solo tu.
Io però gli occhi non li ho chiusi.
Ho continuato a guardare.
Con la bocca socchiusa, mi sono scoperta curiosa, attenta all'origine di ogni piccolo cambiamento, di ogni improvvisazione, di tutti i movimenti di dita frenetiche che ben sanno dove andare, di vibrazioni di corde vocali consapevoli di stupire ma mai toccate da superba indifferenza.
Ogni suono aveva un colore diverso nella mia testa, ma la medesima perfetta solennità.  
Mai un errore, un'imprecisione, un dubbio, un'esitazione.
Non ho mai visto niente di così pulito.

martedì 12 aprile 2011

Il mio gigante


Ci siamo conosciuti qualche anno fa. In realtà per un motivo che non ci vedeva protagonisti, ma a noi faceva poca differenza, ci bastava uscire. E divertirci. L'età, poi, era proprio quella.
Era alto, altissimo per me che poi così alta non sono, con dei capelli biondi sempre arruffati e gli occhi blu. La cosa che più mi stupiva di lui era la sua inguaribile serenità. Niente era mai impossibile, per lui. Sorrideva sempre, faceva il simpatico essendolo sul serio, viveva così, con una filosofia sua, che lasciava da parte le preoccupazioni. E di problemi non parlava mai.
Diciamo che era forse diverso da me, in tutto. E anche se questa verità è la più abusata del mondo, a noi quella storia degli opposti che si attraggono sembrava calzare perfettamente.
Inutile dire che passare tanto tempo assieme ci aveva fatto avvicinare.
Credo sia stato uno dei miei migliori amici. Una cosa che non dici, ma senti. E dimostri, gratuitamente, senza bisogno di avere qualcosa in cambio, anche se puntualmente arriva. Eppure da lui ho avuto tanti di quei complimenti che ho perso il conto. «Ma dai, smettila. Sei bellissima», mi diceva, in uno dei miei immancabili momenti di insicurezza, che al tempo capitavano come se piovesse. E ogni volta che me lo diceva con un sorriso nascosto nel blu degli occhi in un misto di finta impazienza finivo per crederci, sempre un po' di più.
Gli anni del liceo scorrevano via, velocemente, ma senza  che ce ne rendessimo conto. Ci siamo conosciuti in uno di quei momenti in cui ti senti grande, sempre, ogni giorno di più, e mai ti svegli con la consapevolezza di aver consumato un pezzetto di quella vita che ti è concessa alla nascita, mai ti senti meno invincibile, mai smetti di pensare ai tuoi domani, eterni, infiniti, accessibili.
La verità è che si doveva crescere, e non sapevamo come farlo. La verità è che credevamo di poterci avere sempre, a dispetto di tutto quello che poteva succedere. Non sapevamo ancora che il tempo per noi, così come l'avevamo sempre inteso, stava quasi per finire.
Università, per lui, e ancora qualche uscita, un paio forse, di venerdì, perché per me poi il sabato c'era la scuola, ricordo dei bicchieri di vino all'enoteca, una giornata in piscina. Poi più niente.
In quei momenti sembrava svanito il nostro tempo, quello dei frappè, quello dei regali comprati in gioielleria per la sua ragazza, quello delle sere alle feste. Mi rattristava vedere come per entrambi la rassegnazione, l'indifferenza quasi, avesse preso il posto delle nostre domeniche pomeriggio al parco, tra una sua sigaretta, una chiacchierata in altalena, il sole e la voglia di stare al mondo senza troppe pretese, solo quella di vivere scoprendo giorno per giorno come era bello farlo.
Come se non ci conoscessimo più. Come se fossimo estranei, l'uno all'altra.
Credo sia stato il naturale evolversi delle cose. La distanza, d'altra parte, è così. Il difficile è accettarla, la distanza. La cosa triste era avvertire di averci fatto l'abitudine.
Non che ci volessimo meno bene. Credo che quello sia stato sempre lì, al suo posto, a bruciare sotto la cenere di un'amicizia nata per caso, ma viva, almeno nell'anima.
Mi ricordo quanto mi sono sentita orgogliosa di lui, alla sua laurea. Mi ricordo lo stupore nei suoi occhi quando mi ha vista arrivare, che forse non si era nemmeno accorto avere. Ero io, quella che si stupiva, ogni volta che con un abbraccio mi proteggeva, mi consolava, mi diceva che sarebbe andato tutto bene. Che dovevo sorridere di più, era quello il trucco, nella vita. Ma quel giorno è stato il mio turno. «Sei bellissimo oggi», gli ho sussurrato. E non c'è stato bisogno di dire di più. Quello che c'era da sapere noi lo sapevamo già.

Il mio gigante, questo è sempre stato per me.
Anche oggi, adesso, quando l'acqua non ha mai fatto così male. Quando non so dove si trova, quando mi chiedo se c'è qualcuno con lui, quando mi domando se pensa mai a noi.
Quando so che può fare anche senza di me.
Perché credo che in fondo a me basti sapere di tenerci a lui.
E che lui, anche se non stiamo assieme, tiene a me.
A noi.

[A Mattia, adesso che sei dovunque sei]

venerdì 1 aprile 2011

Basta non pensare...

Che poi mi chiedo perché, perché torturarsi con pensieri inutili e poco produttivi.
Dopotutto è una bellissima giornata di sole.
Sì.

Basta preoccupazioni.
John Mayer in cuffia e i problemi se ne vanno.
E chi ci pensa più.


domenica 20 marzo 2011

Pezzetti di me


Credo di essere nato con la consapevolezza di non potermi mai fidare completamente di me stesso.
Che cosa insensata, direte voi.
Pensate che per me non lo è stata quasi mai, e dico quasi solo perché con il tempo ho imparato a ricredermi, anche se molte volte, prima che il giusto tempo arrivasse, talmente tante che poi ho perso il conto, ho provato a chiedermi come sarebbe stato vivere senza questa sicurezza. Ho dialogato molte volte, all'inizio, con il silenzio che giaceva nascosto nelle mie ossa, imparando a non pretendere una risposta, perché quel silenzio, oltre a essere muto, era anche sordo. Non mi ascoltava. Non mi concedeva uno spazio per ritrattare quella stupida, folle, inconcepibile idea che mi si era attaccata addosso come una sanguisuga, dalla nascita, senza aspettare che fosse il mio arbitrio ad accoglierla. Inutili tutti i miei sforzi. Debole ogni mia azione.
Non so spiegare nemmeno adesso, che di anni ne sono passati fin troppi, come questa sensazione mi fosse balzata nella mente e da lì non se ne fosse più andata. Posso solo dire con certezza che in fondo lo sapevo, sapevo di essere destinato a diventare un pericolo per la mia stessa vita.
Alla fine, cedetti e mi lasciai cadere in balia di quella inarrestabile corrente che era la Vita.
Cominciai, senza realmente volerlo, a depositare pezzetti di me nelle vive mani di chi incontravo lungo il mio cammino. Non so se fosse perché sentivo di dover obbedire a qualcosa di inafferrabile, o perché è normale regalare agli altri le nostre briciole, non lo so con certezza. Tant'è che lo facevo, e basta. A volte mi era permesso scegliere. Altre volte venivo semplicemente scelto. Ciò che non potevo assolutamente impedire era che la mia anima, con gradualità, mi scivolasse via dal corpo, senza che io potessi trattenerla o afferrarla, o nasconderne anche solo qualche manciata, perché per quanto io la sentissi davvero mia certe volte mia non lo era affatto.
Mi stupiva però il fatto che questa mia risorsa non si esaurisse mai. Eppure sapevo di averne incontrata tanta di gente nel mio girovagare per il mondo. Non mi capacitavo di tutta questa energia data ma mai persa davvero, e mi sbirciavo nel profondo per poter contare quante gocce di me ancora rimanevano.
Fu allora che mi accorsi di tutte quelle impronte, macchioline che disegnavano fantasiose geometrie qui e là, in posti impensati persino per me, che di quei posti ero il signore. Come ci erano arrivate lì, dentro di me? Non capivo. Ma più le studiavo, più le osservavo nelle loro forme e colori diversi, nel loro spessore più o meno accentuato, nel loro odore più o meno definito, più realizzavo che questo meccanismo a cui ormai avevo fatto l'abitudine aveva coinvolto molto più della mia esistenza. Compresi di avere in me una traccia di tutte le vite a cui la mia si era intrecciata anche solo per un attimo, che il mio dare trovava giusta corrispondenza in un ricevere che non faceva rumore. Iniziai a provare interesse a ciò che mi succedeva, forse guidato dalla superba convinzione di essere unico, speciale, e di avere per le mani qualcosa di sorprendente. Curioso è ora vedere quanto fossi presuntuoso e stupido: per le mani non potevo avere niente, perché piuttosto ero io a essere nelle mani di qualcosa di incommensurabile. Ma non ci sarei arrivato molto presto: ero riuscito solo a realizzare che nel mio consegnarmi agli altri avevo ricevuto in cambio, come pegno silenzioso, frammenti di essenze concrete, che si miscelavano, senza mai dissolversi totalmente, nell'impasto della mia natura.

Credo di essere nato con la consapevolezza di non potermi mai fidare completamente di me stesso. Altrimenti oggi non mi spiego il perché di tutti quegli scambi, non mi spiego il perché di questa inconsapevole fuga dal concetto di integrità del mio spirito.
Eppure non mi sono mai sentito diverso da me stesso, in quei tempi, né mi sono mai posto molte domande al riguardo. Sapere di avere qualcosa d'altri dentro di me mi arricchiva, lo sentivo, mi dava sfumature che non avrei mai rischiato di vedere in trasparenza se non fosse stato per quel continuo barattare, ma tutto ciò non mi sconvolgeva. Inconsciamente sapevo che così le cose dovevano andare.
Questo finché non incontrai Thomas.
Incontrarlo fu come sentirsi risucchiare l'anima, tanto era forte la sua. C'era qualcosa, in lui, che mi impediva di stargli lontano. Avvertivo di essere nato solo per ricongiungermi a lui, solo per poter annullare la mia presenza nella sua e godermi la vastità del suo mare. Fosse stato una donna, sarebbe stato quella con cui avrei condiviso il resto della mia vita. Ma non sapendo cosa fosse una relazione, averlo accanto sopperiva alla mia mancata esperienza, conferendo allo stesso tempo qualità e consistenza alla mia esistenza, come nessuno avrebbe saputo fare mai. Perciò adoravo lasciare che il tempo con lui passasse, semplicemente avvolto dalla quiete, ma conscio della sua presenza che mai si estingueva nello spazio.
Per la prima volta, mi accorgevo di dare, dare e dare tutto a lui di me, senza volere niente in cambio, senza pensare di avere niente in cambio, chiedendo solo d'essere presente nella sua vita, aspettando soltanto le sue attenzioni, che arrivavano, a volte.
Non era amore quello che provavo per lui, troppo volubile e altero, troppo terreno e tangibile sarebbe stato, bensì qualcosa di più forte, stabile, indefinito, qualcosa che le parole 'ti amo' non avrebbero neanche potuto comprendere perché troppo restrittive per noi, limitate a una circostanza che non era la nostra. Fredde, rispetto al calore sprigionato da ciò che ci univa. O meglio, da ciò che univa me a lui.
Ora so di aver consegnato a Thomas la fetta più grande della mia anima. Ma allora non ero in grado di quantificare quanto della mia anima gli avessi permesso di assorbire, senza chiedere niente in cambio.
Forse pesavamo il nostro rapporto – amicizia dunque?, e potrebbe essere questa la parola giusta per raccontare l'indicibile racchiuso tra di noi – in modo diverso, squilibrato.
Forse eravamo solo troppo giovani.
So soltanto che quando la Vita scelse di farci salutare per l'ultima volta io mi sentii svuotato. Solo. Annientato.
Avevo tanto sperperato la mia anima da uscirne disintegrato. Avevo tanto concesso senza verificare di poterlo fare all'infinito. Avevo tanto dato senza ricevere molto in cambio.

Credo di essere nato con la consapevolezza di non potermi mai fidare completamente di me stesso.
Ma credo anche di essere stato umano.
Solo questo.

giovedì 10 marzo 2011

Tutto quello di cui ho bisogno... al momento

Devo cantare come Adele.
Devo riuscirci.
O almeno essere brava come Lei.
Non chiedo di più.
O... Forse sì, una cosa ci sarebbe.
Potrebbe farmi sentire meglio.
Mi basterebbe andare al suo concerto.
Per favore, per favore, per favore.
Bigliettini, uscite!

venerdì 4 marzo 2011

Chiacchierata tra me e me

Odierei dover ammettere che sia Severgnini il motivo per cui non scrivo niente, e da troppo tempo ormai.
Perché non è il mio caso: non devo avvalermi di nessuna scusa, tanto meno di una delle sue.
Che poi una scusa non è, ma solo un saggio avvertimento.
Ok.
Quindi?
.
.
.
La verità, allora, adesso la dico.
Non è che io non abbia niente da dire.
Molto peggio.
Non so come scriverlo.

sabato 19 febbraio 2011

#

E poi alla fine ti accorgi che aver partecipato a qualcosa non implica necessariamente esserne parte.

venerdì 11 febbraio 2011

Come quella volta


Aveva avuto pochi ragazzi, in vita sua.
Qualche amico, forse, che avrebbe desiderato non essere più chiamato in quel modo.
Ma a lei importava poco di quello che la gente pensava. O gliene importava troppo.
Faceva comunque tutto di testa sua, pentendosene subito dopo, certo.
Come quella volta.
Era stata presa in giro tante, troppe volte in vita sua, ma non aveva mai smesso di sperare che un bacio scambiato nel buio di un'adolescenza fatta di attese, sussurri e bugie, acquisisse il valore necessario per poter iniziare a pretendere qualcosa di più, sia da se stessa che da chi quel bacio glielo rubava, portandosi via ogni volta anche la sua felicità.

Sognava l'amore, lei. E lo sognava così tanto, così intensamente da non riuscire più a distinguere cosa stesse desiderando davvero.
Fu così che si perse.
Con il tempo, aveva messo via tante speranze, tanti propositi, tanti momenti di attesa felicità che non erano mai arrivati, tante illusioni che si erano alimentate della sua innocente bontà fino a disintegrarle lo spirito.
Aveva cacciato a forza fuori di sé tutto quello che avrebbe potuto indebolirla.
Si era ripromessa di dimenticare il significato della parola soffrire.
Credeva di essere grande ora, di sapere badare a se stessa, di essere pronta ad affrontare tutto. Di aver realmente scordato cosa fosse il dolore. Di saper scegliere cosa fosse più giusto per lei, per la sua nuova maturità ancora un po' traballante.
Ma si sbagliava.
Sognando l'amore, finì per confondersi.
Finì per credere di essere pronta.
E forse lo era davvero, ma in modo sbagliato.

Scelse un ragazzo, di cui non sapeva niente, se non il nome.
Non le interessava conoscerlo.
Non le piaceva nemmeno, e in fondo lo sapeva. La infastidiva anche, con le sue finte pretese di dolcezza e tenerezza che non avrebbero incantato nessuno.
Solamente cedette, senza un apparente motivo.

Forse voleva solo dimostrare a se stessa qualcosa.
Forse voleva solo dimostrare a se stessa di non essere più capace di subire la sofferenza.
Forse voleva lasciarsi alle spalle quell'idea di amore che tanto sognava, perché forse quell'amore non esisteva nemmeno, così come lo voleva lei.
Forse voleva solo dimostrare a se stessa di essere pronta. A fare qualsiasi cosa.
Ma aveva dimenticato che per essere davvero pronti si doveva smettere di avere paura.
Aveva dimenticato che per essere pronti non si doveva decidere di esserlo.
Aveva dimenticato che per essere pronti si doveva ammettere qualcuno nel proprio cuore.
Aveva dimenticato che per essere pronti ci si doveva prima innamorare davvero.

giovedì 10 febbraio 2011

*.*

...I'm gonna dream about these shoes...


Christian Louboutin's for Burlesque

martedì 8 febbraio 2011

Non c'è un libretto di istruzioni?


Certo che non sai mai cosa pretenda da te, la vita.
Che non si smette mai di imparare.
Avessero almeno predisposto una guida, un libretto di istruzioni.
Sì. Forse un libretto di istruzioni è quello che serve.
Una cosa facile, precisa, pratica, diretta.
Qualcosa per tutti.

Perché dove lo trovi scritto altrimenti che la vita è strana?
Chi ti spiega che devi lottare ogni giorno per affermare te stesso?
Che non si può sempre vincere, ma anzi che devi cedere te stesso per salvarti?
Dove puoi imparare a non avere paura di quello che in realtà ti spaventa a morte?
A che pagina comprendere il motivo della tua esistenza?
Come realizzare leggendo che la vita ti è stata donata soltanto in comodato d'uso?
Che tutta la tua vita deve essere, prima o poi, obbligatoriamente restituita?

C'è chi ha il tempo di porsele, queste domande.
O almeno di consultarle, quelle maledette istruzioni.
C'è chi avrà tutto il tempo per non smettere di imparare.
Chi non avrà mai realmente bisogno di consultare una guida, anche se forse, ad averla avuta, una guida, sarebbe stato tutto più facile.
Ma come spiegargliele queste cose a un bambino di undici anni, forse neanche un libretto di istruzioni saprebbe farlo.
Soprattutto se un cancro gli sta letteralmente divorando la vita.
E quando lui ti dice, con una risoluta rassegnazione, che la Bestia ha ormai vinto, tu capisci che una guida non sarebbe comunque servita a niente.
Perché a capirla, la vita, forse non basterebbe nemmeno una vita intera.
Perché la vita stessa, alla fine, ti obbliga a restituirla al comodante.


[A Giuseppe, bambino che non ho mai conosciuto, ma grande esempio di tenacia, innocenza e semplicità, che per quasi tutta la vita ha saputo lottare contro una Bestia che non ha resistito a lasciarlo in pace.
Per lui, la vita, non ha saputo rispettare le opportune scadenze, privandolo della possibilità di crescere assieme a tutti i suoi dubbi, di arrabbiarsi per le ingiustizie, di abbassare la testa per una sconfitta, di avere paura... ma di scoprire in fondo che vivere è comunque meraviglioso.
Lui questo non lo saprà mai.
Ti auguro ora di aver ricevuto in cambio una vita migliore, una vita che non dovrai restituire.
E dove non ci saranno Bestie da sconfiggere...]

domenica 30 gennaio 2011

MyDearRain

Senti che buon profumo di pioggia...

lunedì 17 gennaio 2011

21


mercoledì 12 gennaio 2011

Otto e mezzo, o dialogo di uno scrittore


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E io? Cosa posso dire della mia vita?
Niente. Perché non so più cosa sia diventata.

Mi piaceva fare tante cose, nella mia vita, quella di prima. Ne adoravo una in particolare.
Ero bravo, prima. Talmente bravo che non mi curavo della mia bravura. Erano gli altri a farmelo notare, e io non vedevo che tutto ciò cominciava, lentamente, a tramutarsi in superbia dentro di me.
Forse è per questo che ora mi ritrovo qui, pesantemente adagiato su una sottilissima lastra di ghiaccio che so si frantumerà a momenti, sotto la mia inarrestabile inettitudine.
Esagero, dite? Io non sono d'accordo.
Ora non so più trattenere i pensieri all'interno di me, nemmeno i più leggeri.
Non mi so più svegliare nel mezzo della notte, allo scrosciante rumore che fa un'idea quando inavvertitamente si infrange tra le pareti ormai consumate del tuo cuore.
Non so più far cantare la mia anima al profumo di un'elegante e melodica invenzione, che innalza i miei miseri sensi e li fa librare nell'aria come bolle di sapone, in una giornata in cui il vento li conduce lontano lontano, là, dove stanno tutte le mie più segrete emozioni.
Tutto scivola via dal mio corpo, come se il balsamo del mio talento, ormai perduto, emanasse un aroma troppo intenso perfino per ciò di cui il mio spirito finora si era sempre cibato a sazietà, perfino per la profondità più remota del mio stesso essere, creatrice incontrastabile dei mille arabeschi delle mie visioni.

Scrivere era l'oceano della mia vita. Era l'acqua salata in cui immergere le membra stanche, era l'agognato respiro dopo l'eterna apnea, era la sabbia su cui farsi coccolare dal calore di una semplice sensazione.
Era... era la mia esistenza.
Ma ora questo niente, che prima diveniva il mio tutto con il più piccolo capriccio dell'immaginazione, non desidera più cercare la sua umanità nell'arrogante esercizio della mia mente.
Svanisce, subito dopo essere balenato dispettosamente, si soffoca da sé, e muore.
E della stessa morte morirò io.