sabato 30 aprile 2011

MusicaNuda

Poltroncine di velluto rosso, e già so di essere un po' scettica, perplessa.
Non so bene a cosa sto andando incontro, ma rimango comunque.
Siamo un po' in alto, è vero, e non ho fatto altro che lamentarmi per questo, per finta, certo, ma l'ho fatto comunque.
C'è un orologio là in alto, non so leggerlo, sì, ma se guardo bene vedo che ormai il tempo di iniziare è già andato via.
Brusio, leggero, non troppo fastidioso, parole scambiate con il vicino, che scivolano in un fiume di altrettante parole, interrotte ogni tanto da armoniosi colpetti impazienti.
Uno scroscio d'applausi, improvvisamente, e le luci scompaiono.
E tutto comincia.
I suoni sembrano finti, tanto sono perfetti. Li puoi vedere lì, sul palco, intenti a carpire anche il più piccolo guizzo di vita, senza il minimo sforzo. Ti sembrano davvero vivi.
Ma allo stesso tempo non li puoi afferrare.
Sono snaturati, senza tempo, senza sostanza.
Non ti sembrano reali. Come se il movimento producesse sì il suono, ma non fosse realmente legato a esso. Come se fossero due cose distinte, inconciliabili.
Puoi chiudere gli occhi, se vuoi, e pensare di lasciarti andare, di perderti in quel vortice di note che escono da un contrabbasso, da una bocca appoggiata a un microfono, da un pianoforte a coda nero che se ne sta senza parlare per un bel po'. E ti sembrerebbe di stare in un altro luogo, non lì in teatro, ma un luogo diverso, solo tuo, nato dalla fantasia di cuffie negli orecchi in momenti bisognosi di pensieri muti, e potresti rivendicare emozioni che credi di saper provare solo tu.
Io però gli occhi non li ho chiusi.
Ho continuato a guardare.
Con la bocca socchiusa, mi sono scoperta curiosa, attenta all'origine di ogni piccolo cambiamento, di ogni improvvisazione, di tutti i movimenti di dita frenetiche che ben sanno dove andare, di vibrazioni di corde vocali consapevoli di stupire ma mai toccate da superba indifferenza.
Ogni suono aveva un colore diverso nella mia testa, ma la medesima perfetta solennità.  
Mai un errore, un'imprecisione, un dubbio, un'esitazione.
Non ho mai visto niente di così pulito.

martedì 12 aprile 2011

Il mio gigante


Ci siamo conosciuti qualche anno fa. In realtà per un motivo che non ci vedeva protagonisti, ma a noi faceva poca differenza, ci bastava uscire. E divertirci. L'età, poi, era proprio quella.
Era alto, altissimo per me che poi così alta non sono, con dei capelli biondi sempre arruffati e gli occhi blu. La cosa che più mi stupiva di lui era la sua inguaribile serenità. Niente era mai impossibile, per lui. Sorrideva sempre, faceva il simpatico essendolo sul serio, viveva così, con una filosofia sua, che lasciava da parte le preoccupazioni. E di problemi non parlava mai.
Diciamo che era forse diverso da me, in tutto. E anche se questa verità è la più abusata del mondo, a noi quella storia degli opposti che si attraggono sembrava calzare perfettamente.
Inutile dire che passare tanto tempo assieme ci aveva fatto avvicinare.
Credo sia stato uno dei miei migliori amici. Una cosa che non dici, ma senti. E dimostri, gratuitamente, senza bisogno di avere qualcosa in cambio, anche se puntualmente arriva. Eppure da lui ho avuto tanti di quei complimenti che ho perso il conto. «Ma dai, smettila. Sei bellissima», mi diceva, in uno dei miei immancabili momenti di insicurezza, che al tempo capitavano come se piovesse. E ogni volta che me lo diceva con un sorriso nascosto nel blu degli occhi in un misto di finta impazienza finivo per crederci, sempre un po' di più.
Gli anni del liceo scorrevano via, velocemente, ma senza  che ce ne rendessimo conto. Ci siamo conosciuti in uno di quei momenti in cui ti senti grande, sempre, ogni giorno di più, e mai ti svegli con la consapevolezza di aver consumato un pezzetto di quella vita che ti è concessa alla nascita, mai ti senti meno invincibile, mai smetti di pensare ai tuoi domani, eterni, infiniti, accessibili.
La verità è che si doveva crescere, e non sapevamo come farlo. La verità è che credevamo di poterci avere sempre, a dispetto di tutto quello che poteva succedere. Non sapevamo ancora che il tempo per noi, così come l'avevamo sempre inteso, stava quasi per finire.
Università, per lui, e ancora qualche uscita, un paio forse, di venerdì, perché per me poi il sabato c'era la scuola, ricordo dei bicchieri di vino all'enoteca, una giornata in piscina. Poi più niente.
In quei momenti sembrava svanito il nostro tempo, quello dei frappè, quello dei regali comprati in gioielleria per la sua ragazza, quello delle sere alle feste. Mi rattristava vedere come per entrambi la rassegnazione, l'indifferenza quasi, avesse preso il posto delle nostre domeniche pomeriggio al parco, tra una sua sigaretta, una chiacchierata in altalena, il sole e la voglia di stare al mondo senza troppe pretese, solo quella di vivere scoprendo giorno per giorno come era bello farlo.
Come se non ci conoscessimo più. Come se fossimo estranei, l'uno all'altra.
Credo sia stato il naturale evolversi delle cose. La distanza, d'altra parte, è così. Il difficile è accettarla, la distanza. La cosa triste era avvertire di averci fatto l'abitudine.
Non che ci volessimo meno bene. Credo che quello sia stato sempre lì, al suo posto, a bruciare sotto la cenere di un'amicizia nata per caso, ma viva, almeno nell'anima.
Mi ricordo quanto mi sono sentita orgogliosa di lui, alla sua laurea. Mi ricordo lo stupore nei suoi occhi quando mi ha vista arrivare, che forse non si era nemmeno accorto avere. Ero io, quella che si stupiva, ogni volta che con un abbraccio mi proteggeva, mi consolava, mi diceva che sarebbe andato tutto bene. Che dovevo sorridere di più, era quello il trucco, nella vita. Ma quel giorno è stato il mio turno. «Sei bellissimo oggi», gli ho sussurrato. E non c'è stato bisogno di dire di più. Quello che c'era da sapere noi lo sapevamo già.

Il mio gigante, questo è sempre stato per me.
Anche oggi, adesso, quando l'acqua non ha mai fatto così male. Quando non so dove si trova, quando mi chiedo se c'è qualcuno con lui, quando mi domando se pensa mai a noi.
Quando so che può fare anche senza di me.
Perché credo che in fondo a me basti sapere di tenerci a lui.
E che lui, anche se non stiamo assieme, tiene a me.
A noi.

[A Mattia, adesso che sei dovunque sei]

venerdì 1 aprile 2011

Basta non pensare...

Che poi mi chiedo perché, perché torturarsi con pensieri inutili e poco produttivi.
Dopotutto è una bellissima giornata di sole.
Sì.

Basta preoccupazioni.
John Mayer in cuffia e i problemi se ne vanno.
E chi ci pensa più.