domenica 20 novembre 2011

Come viaggiano i bambini


Non ho mai realmente dovuto viaggiare, in vita mia.
Vivevo in un piccolo paesino, in cui tutto era a misura d'uomo e ci si poteva spostare a piedi. Camminavo, dunque, per raggiungere il negozio di alimentari dove mi mandava mia madre, camminavo per arrivare a scuola, per andare a messa la domenica, per vedere gli amici al pomeriggio. Avevo le mie gambe, e con quelle non mi serviva andare in nessun altro luogo. Non ne ho mai sentito il bisogno, perché sapevo di non essere mosso dalla genuina curiosità di scoprire cosa potesse esserci al di fuori di tutto quello che già conoscevo. A me bastava, e se devo essere sincero non era un concetto familiare quello di prendere, fare le valigie e partire, all'insegna di luoghi più o meno conosciuti. Non ricordo di aver mai fatto una vacanza. E sono cresciuto pensando che l'idea di viaggiare non mi apparteneva.
Questo, però, non vuol dire che non abbia mai dovuto prendere un treno.
Tutti avvertono la necessità di muoversi prima o poi nella vita, persino io. Venne il tempo in cui lavorare mi serviva a vivere, spostarmi mi serviva a vivere, e trovandomi impreparato, spiazzato dall'esigenza, ho dovuto un po' improvvisare, quasi affidarmi alla sorte e scegliere tra i tanti il mezzo che più sembrava adatto a me. Ho scelto il treno, alla fine, forse più per comodità che per libero spirito d'avventura. Quello non ce l'ho mai avuto. La stazione stava in fondo alla strada. Questione di praticità, ecco tutto.
Forse dovrei solo ammettere che a un certo punto della mia vita ho preso a viaggiare, e a farlo ogni singolo giorno, spostandomi di stazione in stazione, salendo e scendendo da un treno all'altro, arrivando puntualmente a una destinazione diversa, ripetendo le stesse azioni così tante volte che ormai ho perso il conto, entrando in così tante stazioni ferroviarie che ormai vivere senza poterne respirare l'odore mi è diventato inconcepibile, inimmaginabile.
La verità è che mi sono infilato a mia insaputa nel corpo di un viaggiatore, senza intenderne davvero le sembianze, ma cucendomi addosso nel tempo abiti che potessero farmi sentire coerente con quello che ero sempre stato, nonostante stessi lentamente cambiando. Viaggiare non era mai rientrato nelle mie prerogative, non ne conoscevo il significato, perché forse ero stato abituato così, e rapito da ciò che avevo sempre sentito dire da altri, mi sono perso su singole interpretazioni che non mi appartenevano, valutando l'uno per il tutto, e arrivando a conclusioni affrettate, leggere. Nell'innocua ignoranza dei miei pensieri, però, avveniva un'impercettibile e graduale metamorfosi, che mi faceva accettare quello che facevo man mano, convivere con la mia idea di viaggio in cui mi ero finalmente imbattuto. Non che fosse amore, quello che nutrivo. L'obbligata routine della stazione mi stava stretta ogni giorno di più, perché meccanica, innaturale, mossa da tutto quello che non aveva a che fare con la spontaneità. Tuttavia ci ho fatto l'abitudine, una di quelle di cui nemmeno più ti accorgi. Ed è forse per questo che, dopo tutto il tempo passato su un treno, non riesco ancora a definirmi un viaggiatore, vero, onesto, puro, emozionato all'idea della partenza e conscio della fine di un viaggio come nuovo inizio. Sento di non averne lo spirito. E lo so perché non percepisco lo sfarfallio.
Ai binari c'è sempre qualche bambino che aspetta impaziente l'arrivo del treno. Lo accompagnano uno, due nonni a volte, e aspettano insieme di udire quel fastidioso fischio che lo annuncia. Il bambino se ne sta buono, tra braccia protettive che lo circondano, fino a quando realizza che sta per succedere qualcosa, quasi una brezza leggera glielo suggerisse all'orecchio. Le sue guance si colorano allora di rosso, i suoi occhi si accendono di febbrile eccitazione, e da lì a poco si vede in lontananza il treno sopraggiungere, un po' altezzoso, impavido, sicuro, aiutato dalla mole e dalla velocità che va via via diminuendo, fino al completo arresto. Il bambino quindi cerca di divincolarsi, protende le piccole manine che escono a malapena dall'ingombrante cappotto verso quel nuovo luccichio, come se volesse staccarsi dal proprio corpo solo per toccare quella visione. Strilla contento, imitando i rumori del treno, si volta incredulo verso chi sta con lui, e sorride. Sorride, con tutto se stesso, e in quel sorriso ci mette tutta la forza che possiede, tutta la gioia accumulata nei momenti di attesa. E non sa ancora cosa significhi salire sul treno, ma vorrebbe farlo ugualmente, io lo so. Però al momento gli basta sapere di poter aspettare l'arrivo di un altro treno. È questo che lo rende felice.
Rimango sempre incantato a contemplare quei bambini in disparte, partecipe di uno spettacolo che non oso disturbare. Non alzo gli occhi con disappunto, non ci penso a criticare, solo guardo e basta. Sorrido tra me e me, a volte. Ed è in quei momenti che capisco che ci sono persone che quell'incanto infantile, quei brividi frenetici di euforia li vivono costantemente, li portano con sé, non li dimenticano.
Io, che non ho mai davvero avuto un'idea di viaggio in sé e per sé, so che questa deve nascere proprio da episodi di questo tipo, da emozioni di questo tipo. La magia è racchiusa lì dentro, in quei gridolini di sincera ammirazione, in quegli occhi che brillano, in quello slancio di vita che il corpo trasmette alla vista di un treno che si ferma al binario.
Comprendo che è in quel momento che nasce il viaggio. Ed è lì che si diventa viaggiatori.

[A Monica, che di viaggi se ne intende]

9 commenti:

  1. Ho riletto diverse volte questo pezzo e non posso che rinnovare la mia meraviglia per il tuo talento che si esprime di volta in volta in maniera sempre nitida ed elegante.

    Io credo che un blog come questo ti stia un po' stretto. È vero, è un laboratorio creativo e punto di incontro con altre persone, ma io credo che forse tu dovresti dare maggiore spazio e maggior respiro alle tue idee e alla tua "penna".
    E credo di non essere nemmeno l'unico tra i tuoi lettori a pensarla in questo modo.

    Marco87

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  2. "La verità è che mi sono infilato a mia insaputa nel corpo di un viaggiatore"

    Ecco, questa frase mi ha fatto sognare! Perché il momento della verità, della rivelazione, secondo me è essenziale. Quello che descrivi e soprattutto il come lo fai è meraviglioso... Sono rimasta estasiata!

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  3. le tue parole arrivano al cuore, perché non c'è compiacimento, ma raccontano storie, emozioni, "epifanie". E poi mi sono care, perché mi riportano alla mia infanzia, alla mia scoperta del viaggio. A quel treno che fischiava lontano, portandosi via i miei saluti e le mie domande. Chissà dove, chissà quando, chissà chi. E poi la dedica...ma che ti posso dire di più? Ah sì: io in te ci credo sul serio.

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  4. A Marco: me lo ripeti ogni volta, e io ogni volta cerco di temporeggiare, di rimandare... forse anche un po' per paura. Pura di non farcela, di non piacere, di non piacermi, come capita spesso. Mi serve un po' di tempo, e un'idea che sia davvero mia, che sia parte di me, tanto da portarla a termine senza ripensamenti e dubbi.
    Ma come sempre, ti ringrazio del sostegno. Senza di quello non avrei neanche lontanamente un briciolo di determinazione. Grazie.

    A Giulia: sono contenta ti sia piaciuto, è questo un po' il mio obiettivo: scrivere qualcosa che faccia scaturire negli altri le stesse emozioni che ho provato io mentre scrivevo! Grazie :)

    A Queen B: spero di riuscire a soddisfarvi, un giorno o l'altro! :)

    A Monica: Il tuo è sempre uno dei commenti che attendo con ansia. E non per leggermi i tuoi complimenti, che invece mi lasciano senza fiato ogni volta, senza parole, solo con una grande gioia dentro, ma per vedere se quello che scrivo ti colpisce sul serio. È questa la mia aspettativa più grande, stupirti. E riuscirci mi rende felice.
    Spero di poter presto ricambiare tutta la fiducia che riponi in me. Sei un tesoro, grazie di cuore.

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  5. Mi stupisci quando scrivi di emozioni vissute. E ancora di più, quando scrivi di emozioni che nascono dalla tua penna, che vivono nello spazio di un rigo senza restarvi intrappolati. Ma soprattutto mi piace il tuo stile (quante volte l'ho detto?) che non ambisce a chiusure a effetto, a facili sensazionalismi, a spremere temi triti e ritriti. Quando scrivi, metti al primo posto la scrittura e si vede. Continua così. Un abbraccio

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  6. Mi fa sempre strano pensare che tu non mi conosca Monica, perché mi capisci come persone che mi conoscono da tutta la vita invece non sanno fare.
    Grazie ancora.

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  7. ^.^ lo sai che mio marito dice che sono un po' strega? Io penso solo che se si impara a leggere tra le righe, si scoprono tante cose dell'autore...Ti abbraccio con grande affetto, cara Veronica, augurandoti di trascorrere delle giornate gioiose e che quel sogno chiuso nel cassetto, nel 2012 possa diventare finalmente realtà!

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  8. ...un saluto targato 2012 ci voleva!!! Ciao tesoro, spero tu stia bene. Un abbraccione.

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