lunedì 17 dicembre 2012

Vetro


Camminavo per la strada con la mia solita fretta, senza curarmi di alzare lo sguardo su chi si scostava per farmi passare. Tutto ciò che volevo era liberarmi al più presto del gelo che mi riempiva i polmoni a ogni respiro e mi graffiava le guance, ma la neve che cadeva fitta su di me e sui miei capelli non protetti dal berretto rendeva pietoso ogni mio tentativo di arrogante impazienza.
Sarà stata la rassegnazione a farmi posare gli occhi su quella vetrina appannata. Ed è lì che, seduta a un tavolo con persone che non conoscevo, te ne stavi tu. Sorridevi interessata al discorso silenzioso che io non potevo sentire.
Non so per quanto tempo ti ho osservato senza sapermi decidere sul da farsi. So che per tutto quel tempo ho sperato che non fossi tu ad accorgerti della mia presenza, costringendomi a entrare per una decisione che non avevo avuto il tempo, o il coraggio, di prendere.
Mi sono immaginata il mio ingresso, il saluto imbarazzato che ti avrei rivolto sotto lo sguardo curioso, cortese – annoiato, infastidito – dei tuoi conoscenti, che se ne sarebbero rimasti immobili, con un sorriso imbambolato a mezz'aria, nel tentativo di carpire le parole quasi sussurrate che avrei cercato di scambiare con te nel rumore assordante di quella caffetteria.
Ho deciso di non entrare perché se anche ti avessi raggiunto sarebbe stato come se quella vetrina appannata non si fosse dissolta. Avremmo continuato a parlare senza sentirci, a raccontarci la vita senza parlarci. E le parole dette perché è giusto – educato – dirle fanno più male della scheggia di vetro che ti si conficca nei polpastrelli quando hai ormai quasi finito di raccogliere i cocci.

martedì 20 novembre 2012

Martedì mattina

Appuntava pensieri sparsi su brandelli di fogli stropicciati, e molto spesso di questi pensieri non rimaneva che la loro momentaneità. Altre volte succedeva che un'idea gli arrovellasse la mente per giorni e giorni, traducendosi infine nel migliore dei suoi racconti o, molto più spesso, perdendosi nella trama di tutto il materiale che non riusciva a trasformare in una sensata sequenza di sensazioni e immagini.
Sapeva di avere il privilegio di un dono che in molti cercano per tutta la vita, senza darsi pace nemmeno nel momento in cui realizzare di non averlo trovato diveniva l'unica, evidente realtà. Ma allo stesso tempo non sembrava curarsene: scrivere era ormai un atto involontario, come è involontaria la contrazione di quei muscoli che ci permettono di rimanere in vita. Era un automatismo impossibile da controllare, ma che aveva col tempo imparato ad accudire, nutrendo il suo spirito con l'esercizio - seppur sporadico - e traendo una soddisfazione non forzata dai risultati. Sapendo che avrebbe puntualmente trovato il modo di usufruire delle parole, aveva sviluppato un'abilità straordinaria nel concedersi il lusso di aspettare sempre il momento opportuno.
La sua era una presa di coscienza che non prevedeva la suberba ammirazione del proprio lavoro. Anzi, al contrario, anche quando intuiva la superiorità della propria scrittura, non poteva far a meno di nutrire un'invidia spontanea per tutto ciò che scrivevano gli altri. C'era qualcosa nelle parole non uscite dalla sua penna che sconvolgeva il suo animo, facendolo infiammare di rabbia e sconforto in parti uguali.
Comprendeva che a guidare quegli scritti non vi era la capacità compositiva di cui aveva imparato ad armarsi, ma la stravaganza di una creatività che la sua pigrizia gli precludeva.

lunedì 12 novembre 2012

È lunedì.

E il lunedì risveglia tutte le tue preoccupazioni, quando anche i problemi degli altri si mettono a ballarti intorno senza lasciarti lo spazio per respirare. E inevitabilmente diventano i tuoi. Fa in modo che la scia di una lacrima apra la strada a una nuova, e si ricorda di non dimenticarne una sulla guancia. Quella sai non la toglierai neanche con la manica della tua camicia a fiori, tanto a fondo il dolore ha ormai scavato. Non è come quella torta alle nocciole, quella con con talmente tanto burro che l'impasto scivola via dalla pirofila senza fatica. Lui, non se ne va.
Ed è solamente lunedì.

mercoledì 7 novembre 2012

Virgolette

Io ho sempre creduto che la speranza è quella cosa ostinata dentro di noi che insiste, nonostante le evidenti avversità, che qualcosa di meglio ci aspetta in lontananza se abbiamo il coraggio di continuare a raggiungerlo, di continuare a lavorare, di continuare a combattere.
Barack Obama, 6 novembre 2012 

mercoledì 17 ottobre 2012

Leggetelo, e non ve ne pentirete

Nell'aereo che da Londra mi avrebbe riportato in Italia, sedevo affianco a una coppia di ragazzi. I loro occhi tradivano la loro provenienza.
Prima di riporre la mia borsa nel portabagagli, ho tolto dalla tasca anteriore un libro, e mi sono seduta. Sentivo gli occhi della ragazza su di me, mentre bisbigliava al suo ragazzo qualcosa in una lingua che non conoscevo.
Non appena mi sono voltata verso il finestrino, ho incontrato il suo sguardo sorridente.
That is my favourite book. Haruki Murakami. It's a very famous author in our country, that's because we're Japanese...
Sorrido a mia volta, come per dire che l'avevo capito.
I've just started reading it, but it's really good, rispondo.
Poi l'aereo decolla, i due si addormentano e io continuo a leggere il mio libro.

Implicitamente, ho consigliato di leggere solamente due libri in questo blog. Oggi, a questa piccola lista, mi sento di aggiungerne un altro.
Norwegian Wood l'ho scoperto grazie a un articolo su Finzioni. Incuriosita dal titolo, sono andata a leggermi la trama. E l'ho comprato subito.
Non posso dire altro, se non questo. Leggetelo, e non ve ne pentirete.
Perché è un libro che con la sua affascinante drammaticità ti cattura, e ti consuma.

Ma a partire dalla notte in cui morì Kizuki, non riuscii più a vedere in modo così semplice la morte (e la vita). La morte non era più qualcosa di opposto alla vita. La morte era già compresa intrinsecamente nel mio essere, e questa era una verità che, per quanto mi sforzassi, non potevo dimenticare. Perché la morte che in quella sera di maggio, quando avevo diciassette anni, aveva afferrato Kizuki, in quello stesso momento aveva afferrato anche me.


martedì 16 ottobre 2012


Finita la seconda stagione.
Incantata.

martedì 9 ottobre 2012

Hello, Dearie.


E domani parto. Londra, perché sono passati più di quattro anni.
E ho talmente voglia di tornarci che il mio taccuino è pieno di appunti su destinazioni, momumenti, musei, gallerie, cambi di metro, ristoranti. Molto più di quello che riuscirò a vedere. Cercherò di impegnarmi, ovviamente*.
Nel caso contrario, ci ritorno. Questo è sicuro.

*Ho promesso a Monica un resoconto.
E le promesse si mantengono.

foto | visitlondon.com

venerdì 28 settembre 2012

La guardo


La guardo. La guardo mentre se ne sta seduta su quella sedia di plastica verde, mentre ascolta qualcuno dirle cosa dovrà fare dai prossimi giorni in avanti, in silenzio. La guardo mentre si sente imporre uno stile di vita migliore per una persona come lei, con i suoi problemi.La guardo mentre si porta le mani al viso, quasi stesse per piangere. Ma non lo fa, lei non lo fa mai.
La guardo mentre scuote la testa, mentre prende coraggio e ribadisce con fatica di non esserci abituata, di non sapere come comportarsi in situazioni del genere. Di essere ancora in grado di arrangiarsi, di provvedere a se stessa. Di non avere bisogno di aiuto. E di non riuscire a rimanere senza niente da fare, perché per lei è come avere più tempo per morire.
Le mancano le parole più di una volta, mentre la guardo. Si gira verso la strada, e rimane senza aprire bocca per molto tempo.
La guardo, e glielo leggo in quegli occhi spenti, smarriti, vuoti.
La guardo, ed è come se pensasse che non esiste incubo peggiore. 

lunedì 17 settembre 2012

Quella volta che noi due era meglio parlarci


Succede che in un giorno qualsiasi, senza nome, ti ritrovi quegli occhi neri davanti, a fissarti in un misto di furore e disprezzo che ti fa venire in mente un pensiero che sa di vergogna. Succede che dopo tutto quel tempo passato a vivere la tua vita come se niente fosse, un'altra vita, in cui potersi dimenticare a poco a poco di tutto quello che sei stato, ti vengano imposti pochi attimi di confronto con occhi che quasi avevi scordato. Ma che ti guardano esattamente come l'ultima volta.
Una vita fa.
Ti muore un saluto sulle labbra, e capisci che a quella vergogna che ti si infila in testa non ci hai mai fatto l'abitudine. Quel senso di inadeguatezza, di sporcizia che ti si è inevitabilmente appiccicato addosso non ti ha abbandonato in tutto questo tempo.
Eravate diversi. Eravate più giovani. Eravate convinti di poter attribuire un'infinità a tutto quello che vi circondava, ma non eravate in grado di sostenere il peso di un amore che non si può chiamare con quel nome, a quell'età. Almeno forse non assieme, non contemporaneamente. E com'è logico, l'ignoranza pone fine a tutto, brutalmente, senza spiegazioni, lasciandosi alle spalle un vuoto denso di parole non dette e irrecuperabili, impronunciabili, perse per sempre.
E ti scopri a pensare che il tempo non ti può essere amico, che non è possibile recuperare quello che è andato perduto, nemmeno cercando di lasciare il rancore alle spalle, ricominciando a essere anche solo due persone che si salutano per strada.
Quella è la cosa più difficile di tutte.

domenica 2 settembre 2012

Domani.

Jan Vermeer, Ragazza con turbante
Sono scema a scegliermi argomenti in più.
Spero di finire in tempo.

mercoledì 8 agosto 2012

I've got a spork.

Marshall Flinkman

[Marshall has accidentally shot a man; they need the man's eyes for a retinal scan. Marshall digs into one eye with a letter opener
Agent Marshall Flinkman: Oh god. It's oozing. It's oozing everywhere, sir. 
Agent Jack Bristow: [via cell phone] That means you've ruptured the macula. The eye is useless, abandon it. Approach the second one gently, like a soft-boiled egg. You're going to need a digging instrument to assist with this. 
Agent Marshall Flinkman: [looks in a drawer] I've got a spork
Agent Jack Bristow: [bewildered] What's a spork? 
Agent Marshall Flinkman: It's like a half-spoon... half-fork, will that do? 
Agent Jack Bristow: That will work. 



Alias - season 4, episode 13

venerdì 3 agosto 2012

Come un cappello perso nel vento

Bastarono poche parole perché divenisse a entrambi evidente che tutto tra loro era cambiato. Le voci fredde e metalliche al telefono non facevano altro che restituire quella mutua rassegnazione che il tono spontaneo e spensierato cercava di celare.
Non che quello che c'era stato fosse svanito nel nulla, cancellato per sempre da mesi di lontananza, di assenza meditata, di volontaria pigrizia.
Semplicemente, come un cappello perso nel vento, i momenti passati assieme fluttuavano sempre più lontani da loro, sfuggevoli e irraggiungibili, e nonostante i tentativi e le innumerevoli corse per cercare di acchiapparli, si accorgevano di avere il fiatone, e che di nuovi, diversi cappelli ne era pieno il mondo.

Virgolette

Per duemila anni l'Italia ha portato in sé un'idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un'idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l'idea dell'unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un'idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l'arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?). Ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l'Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno di second'ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, ... un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un'unità meccanica e non spirituale (cioè non l'unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second'ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!
Fëdor Dostoevskij, Diario di uno scrittore

giovedì 2 agosto 2012

Song For Today, 5

Ray LaMontagne
Ho scoperto Ray LaMontagne con questa canzone, colonna sonora del film Detachment.
Adesso me lo ritrovo ovunque.

martedì 31 luglio 2012

27 luglio


Sono andata a sentire anche Damien Rice, la settimana scorsa.
Dopo sei anni, alla fine ci sono riuscita.
E anche se è uno degli artisti che apprezzo di più, non ne ero entusiasta. Non come avrei voluto, probabilmente.

Ma poi lui è salito sul palco, e qualcosa è cambiato.
Non so se sia stata la canzone con cui ha aperto il concerto.
O che fosse sul palco, da solo, con la sua chitarra.
Oppure il fatto che avesse qualcosa da raccontare.

Io ho pianto comunque.
Di gioia.

giovedì 19 luglio 2012

19 luglio

Justin Vernon

Finalmente.

martedì 15 maggio 2012

Song For Today, 4

Ultimamente non scrivo molto, mi manca il tempo.
O meglio, non scrivo da un bel po'.
Ma ascolto musica, di quella che piace a me. In macchina, ovviamente.

Grazie Camilla, per avermi fatto conoscere questo artista.


Jonas David - Umbrella (Rihanna Cover)*

*Ok, tra le canzoni che potevo scegliere, questa è l'unica  non tratta dal suo album.
Ma la preferisco all'originale, lo dico.
L'album si chiama Keep the time.
Per chi fosse interessato.

venerdì 13 aprile 2012

E poi ci sono giornate così, in cui non ha mai smesso di piovere ed è tutto un po' più grigio ogni minuto che passa. Ma c'è quel buon odore di bagnato, e mi dimentico di tutti i perché.
In cui dentro, in casa, il silenzio è l'unico a tenermi compagnia.
E il telefono non ha mai suonato, e c'è un profumo di vaniglia che sale dalla tazza di tè bollente lì sul tavolo. E io so che non c'è situazione più perfetta per studiare, ma tutto mi annoia, tutto quasi mi infastidisce. Storia dell'arte, mi ricordo, mi piaceva. E c'è l'ultima puntata di Downton Abbey che sta là, in quella cartella, che aspetta solo di essere vista. Che voglio, voglio vedere.

E non capisco cos'è che mi disturbi così tanto dell'essere a casa da sola in questa giornata che mi sa di poco. Forse la torta che ho finito, e neanche mi piaceva. L'ho solo mangiata.
Forse proprio essere da sola fino alle cinque, o ritrovarmi qui a scrivere queste stupidaggini  in foglietti di carta, invece di qualcosa che assomigli più a me, a quello che ho in mente da un bel po'.
Ma sono quasi le cinque, e la smetto.

sabato 3 marzo 2012

Non la chiamo col suo nome


Gli occhi bruciavano di un fuoco irrazionale, nato negli anfratti più reconditi del suo animo tormentato, nascosto all'ombra di un'acidità covata negli anni ma mai lasciata trapelare. Il suo sguardo, nonostante sembrasse assente, disinteressato, faceva quasi paura, perché vi si leggeva un furore recalcitrante che non poteva più essere contenuto.
Le parole, da dolci, calde, premurose, diventavano taglienti, gelide senza un apparente motivo. La cattiveria usciva incontrollata dalla sua bocca, incapace ormai di trattenere a sé un qualsiasi pensiero. Il viso contorceva le fattezze in un'espressione di vero disprezzo, che mai si vede in chi è abituato a non dover avere bisogno di difendersi con la voce costantemente.
Ma bastava un attimo, e tutto svaniva. Che si dovesse aspettare un minuto, un'ora, un giorno, poi tutto ritornava alla normalità.
O peggiorava.
Il fatto è che non c'era più tempo di essere quello che era sempre stata.
Non avrebbe più potuto avere responsabilità per ciò che la riguardava.
C'era una bestia che le divorava la mente. Mangiava, fino alla sazietà, e poi riprendeva da capo il suo lavoro, senza pause, senza tregue, senza pietà.
Una malattia che non conosceva ragioni, preoccupazioni, dubbi. Storie. Vite.
Una malattia che non lasciava spazio alla personalità, che parlava senza essere interpellata, che infiltrava convinzioni mai accettate, che insinuava il falso, che costruiva castelli di sabbia con i suoi ricordi, demolendoli poi con l'irruenza di un'onda sul bagnasciuga.

E c'era sempre meno luce nelle sue giornate.


domenica 19 febbraio 2012

Ultimamente

stanco [stàn-co] agg. (pl.m. -chif. -che)

1 Privo di forze, di energia, a causa di un affaticamento fisico o mentale: avere le braccia s.la mente s.; che denota stanchezza: faccia s. || essere nato s., tendere alla pigrizia | essere s. morto, sentirsi fisicamente e mentalmente esausto
2 fig. Sfiduciato, annoiato, stufo: essere s. di vivere, di inseguire sogni
3 fig. Esaurito, spento: vena poetica, fantasia s.

mercoledì 1 febbraio 2012

Lista delle cose da fare, 2

Dal 23 febbraio*:

1) Sistemare la libreria
2) Finire di tinteggiare la camera, riprendendo i lavori da dove si sono interrotti a settembre
2.1) Coinvolgere mia sorella nei lavori, dato che è pur sempre anche camera sua
3) Decidere sommariamente quali libri dovrò o vorrò leggere
3.1) Stabilire quando la mia ossessione per Dostoevskij potrà assorbire  tutto il resto del tempo che mi rimane per le oltre 7000 pagine di bibliografia a me nota
4) Riprendere seriamente a studiare russo, se mi voglio davvero laureare
5) Scrivere, scrivere, scrivere
6) Comprare il nuovo iPhone, finanze permettendo (facendo diventare la Lista delle cose da fare una Lista dei desideri)
7) Decidermi a tagliare i capelli come Ginnifer Goodwin

Sarò occupata per un bel po'.

*data dell'ultimo esame di questa sessione

domenica 29 gennaio 2012

Lista delle cose da fare, 1

Bisognosa di obiettivi, quest'anno mi sono decisa a vedere almeno tutti i candidati all'Oscar come Miglior Film, quando possibile in lingua originale.
Ci stiamo già organizzando.
E credo dovremmo seriamente pensare alla tessera del cinema.

The Artist
Paradiso amaro - The Descendants
Molto forte incredibilmente vicino
The help
Midnight in Paris
Hugo Cabret
L'arte di vincere - Moneyball
The Tree of Life  [addormentata dopo 10 minuti]
War Horse

I voti:
The Artist: 8
Paradiso Amaro: 5
Molto forte, incredibilmente vicino: 8/9
The help: 9
Midnight in Paris: 8
Hugo Cabret: 6
Moneyball: 7.5
The Tree of Life: ---
War Horse: 6/7

giovedì 26 gennaio 2012

Anelli rubati


C'erano momenti in cui guardarsi allo specchio era un gesto rassicurante, una conferma, un'approvazione. Come se il confronto con il proprio riflesso servisse ad accorgersi di non aver mai perso di vista le cose davvero importanti, più vere. Come se fosse bastato solo aver trovato prima il coraggio di spiarsi un po' più attentamente, per capire che tutto quello che serviva sapere era sempre rimasto intrappolato in quel pezzo di vetro, come un promemoria che si dimentica tra le pagine di un'agenda. Bastava solo accendere la luce, e alzare gli occhi. Quelli avrebbero restituito risposte, cercate, attese, mai trovate.
Ma era diventato difficile persino guardarsi allo specchio. Innaturale, forzato. Inutile, perché tanto è inutile affannarsi, anche se continua fa male. Come realizzare che non era mai dipeso da lei scegliere, agire, vivere. Come se per tutta la vita avesse appeso a una catena i frammenti che non voleva andassero perduti, dimenticati, o quelli che invece la facevano stare bene, che vedeva come una conquista, una sicurezza, o ancora tutto ciò che le dava una forma in mezzo a tante persone uguali, ordinarie. E che adesso a questa catena mancassero alcuni anelli, anelli che non aveva lasciato da parte, bensì anelli rubati, non prestati, ma sottratti, non si sa da chi. E laddove avrebbe dovuto trovare risposte, molte domande aspettavano impazienti di essere prese in considerazione. Dove c'erano certezze, rimaneva solo la cenere dei perché bruciati dalla frustrazione di non sapere più cogliere la realtà. Dove a guardarsi c'erano due occhi grigi, ora rimaneva solo uno sguardo stanco e lontano, che a fatica lottava nella speranza di ottenere anche solo una briciola di verità in mezzo alle bianche menzogne che la sua mente si divertiva a costruire, maneggiare, sostituire con ciò che, assieme ai ricordi, le è più caro al mondo: sapersi capace di comprendere, di vivere, di essere.

martedì 17 gennaio 2012

22


Non mi piacciono particolarmente gli anni pari, e non so nemmeno il perché, ma non ho ancora scoperto come evitarli. Quindi mi rassegno a compierli.
Però:
1) Mia sorella ha disseminato post-it a forma di manina per tutta la stanza, in modo che io potessi seguirli e scoprire che in una tasca della sua giaccia c'era un regalino per me, una bellissima collana di perle
2) La mia amica Alice mi ha fatto promettere di non aprire il suo regalo prima del tempo, e io ho aspettato fino a stamattina. Dentro al suo pacchetto c'era un meraviglioso portafoglio 
3) Marco, sapendo quanto sono assuefatta da quel giochino, ha fatto arrivare da Chicago la felpa di Angry Birds senza che io potessi avere il minimo sospetto... e l'adoro!

Tutto sommato, questa giornata non è così male.
Grazie!

giovedì 12 gennaio 2012

Virgolette

«La più grande conseguenza della rivoluzione digitale che stiamo vivendo è proprio questa: l’averci falsamente illuso, per biechi motivi commerciali, che siamo tutti artisti autocertificati. È come se fossimo convinti per davvero che ci basti una telecamera al collo per essere un regista o un programma word per scrivere un best-seller.»
Lorenzo De Rita, Stalattiti senza stalagmiti, 11 gennaio 2012
[www.ilpost.it]