lunedì 17 dicembre 2012

Vetro


Camminavo per la strada con la mia solita fretta, senza curarmi di alzare lo sguardo su chi si scostava per farmi passare. Tutto ciò che volevo era liberarmi al più presto del gelo che mi riempiva i polmoni a ogni respiro e mi graffiava le guance, ma la neve che cadeva fitta su di me e sui miei capelli non protetti dal berretto rendeva pietoso ogni mio tentativo di arrogante impazienza.
Sarà stata la rassegnazione a farmi posare gli occhi su quella vetrina appannata. Ed è lì che, seduta a un tavolo con persone che non conoscevo, te ne stavi tu. Sorridevi interessata al discorso silenzioso che io non potevo sentire.
Non so per quanto tempo ti ho osservato senza sapermi decidere sul da farsi. So che per tutto quel tempo ho sperato che non fossi tu ad accorgerti della mia presenza, costringendomi a entrare per una decisione che non avevo avuto il tempo, o il coraggio, di prendere.
Mi sono immaginata il mio ingresso, il saluto imbarazzato che ti avrei rivolto sotto lo sguardo curioso, cortese – annoiato, infastidito – dei tuoi conoscenti, che se ne sarebbero rimasti immobili, con un sorriso imbambolato a mezz'aria, nel tentativo di carpire le parole quasi sussurrate che avrei cercato di scambiare con te nel rumore assordante di quella caffetteria.
Ho deciso di non entrare perché se anche ti avessi raggiunto sarebbe stato come se quella vetrina appannata non si fosse dissolta. Avremmo continuato a parlare senza sentirci, a raccontarci la vita senza parlarci. E le parole dette perché è giusto – educato – dirle fanno più male della scheggia di vetro che ti si conficca nei polpastrelli quando hai ormai quasi finito di raccogliere i cocci.