domenica 1 dicembre 2013

Everyone loves Holly Golightly

Queste settimane, che abbracciano la fine di un'estate e il principio di un altro autunno, sono confuse nella mia memoria, forse perché la nostra comprensione reciproca aveva raggiunto la dolce profondità in cui due persone comunicano più spesso con il silenzio che non con le parole: un affettuoso silenzio che sostituisce la tensione, i discorsi concitati, le scorribande che danno origine a un'amicizia più appariscente, a un maggior numero di discorsi drammatici, ma superficiali. Spesso, quando lui era fuori città (ero giunto a nutrire sentimenti ostili nei suoi confronti, ed era raro che facessi il suo nome) passavamo intere serate insieme senza scambiarci neppure cento parole; una volta andammo a piedi fino a Chinatown, mangiammo chow-mein, comperammo alcune lanterne di carta e rubammo una scatola di bastoncini d'incenso, poi passeggiammo sul ponte di Brooklyn e, mentre guardavamo le navi dirette al largo che passavano fra i picchi dell'orizzonte infocato, lei disse: «Fra alcuni anni, fra tanti e tanti anni, una di quelle navi mi riporterà qui, me e i miei nove marmocchi brasiliani. Perché, sì, devono vedere tutto questo, le luci, il fiume... Amo New York, anche se non è mia al modo in cui qualcosa deve esserlo, un albero, una strada, una casa, qualcosa che mi appartiene perché io le appartengo». E io dissi: «Taci», perché avevo l'impressione di essere stato offensivamente trascurato - un rimorchiatore nel bacino di carenaggio mentre lei, elegante transatlantico dalla destinazione sicura, usciva dal porto con le sirene che ululavano nell'aria piena di confetti.

Così i giorni, gli ultimi giorni, turbinano nella mia memoria, indistinti, autunnali, tutti eguali come foglie: fino a un giorno diverso da tutti quelli che ho vissuto.
Truman Capote, Colazione da Tiffany