martedì 29 aprile 2014

Testarda, burbera, dolce Olive Kitteridge

Quello che i giovani non sanno, pensò Olive mentre si sdraiava accanto a quell'uomo, con la mano di lui sulla spalla, sul braccio; oh, quello che i giovani non sanno.
Non sanno che i corpi anziani, rugosi e bitorzoluti sono altrettanto bisognosi dei loro corpi giovani e sodi, che l'amore non va respinto con noncuranza, come un pasticcino posato assieme ad altri su un piatto passato in giro per l'ennesima volta. No, se l'amore era disponibile, lo si sceglieva, o non lo si sceglieva. E se il piatto di Olive era stato pieno della bontà di Henry e lei lo aveva trovato gravoso, limitandosi a mangiucchiare qualche briciola alla volta, era perché non sapeva quello che tutti dovrebbero sapere: che sprechiamo inconsciamente un giorno dopo l'altro.
E perciò, se l'uomo accanto a lei non era il genere d'uomo che lei avrebbe scelto prima di allora, che importanza aveva? Molto probabilmente neanche lui avrebbe scelto lei. Però erano lì, e Olive immaginò due fette di formaggio svizzero premute insieme, i buchi che ciascuno dei due aveva da dare a quell'unione, i pezzi che la vita ti levava di dosso.
Olive aveva gli occhi chiusi, e la sua anima stanca era attraversata da ondate di gratitudine, e rimpianto. Immaginò la stanza piena di sole, le pareti accarezzate dai raggi, i cespugli là fuori. Il mondo la confondeva. Non voleva ancora lasciarlo. 
Elizabeth Strout, Olive Kitteridge 

martedì 22 aprile 2014

Sei a casa?

Sei a casa?
È il rumore dei passi al piano di sopra che risveglia la sua coscienza addormentata. Così come un vaso di fiori appassiti alla finestra, le pentole sul fuoco, i panni ammucchiati nel cesto, pronti per essere stesi.
Dura un attimo – una frazione di tempo talmente limitata da risultare impercettibile persino a chi del tempo può dire di avere una discreta consapevolezza.
E il dormiveglia, quell'autistico intorpidimento dei pensieri, in fretta le vela gli occhi, ormai di nuovo vitrei e spenti.
Sei a casa?
Sono a casa. Sono a casa. Sono a casa.

E non importa più se la casa di cui parli sia la stessa di sempre o un'altra di cui non ho conoscenza, perché la abiti meno di quanto il tempo te lo conceda.