mercoledì 21 maggio 2014

Nice to meet you, Mr Salinger

Molto spesso si è portati a dimenticare che dietro a uno scrittore si nasconde, prima di ogni altra cosa, un uomo. Un uomo esattamente identico a quello che giorno dopo giorno si appresta a portare avanti la sua vita nel più consueto dei modi. Un uomo che il più delle volte si getta la propria vita alle spalle – quella vera, ripetitiva, banale – per lasciarla al margine di tutte le storie che sarà in grado di raccontare.
È in questi casi che lo scrittore si eleva dalla sua condizione di uomo, e la sua umanità quasi non gli appartiene più: la sua opera ci arriva spogliata di tutti quei riferimenti che potrebbero ridimensionarne la portata – e allora un nome non ha più volto, ma solo parole che lo accompagnano e identificano.
Perciò ti puoi trovare a provare commozione di fronte allo scrittore che non è forse mai stato un uomo perfetto, ma che preferiva affidare la perfezione alla sua scrittura. Puoi mettere da parte la sua inevitabile incapacità di relazionarsi con gli altri, il suo inspiegabile attaccamento alle donne molto più giovani di lui, lo stacanovismo egoista, le decisioni discutibili, e sospendere il tuo giudizio, perché davvero non ti interessa giudicare l'uomo. Ma non puoi fare a meno di sentire il cuore stringersi quando arrivi a percepire l'umiliazione di un amore finito, gli orrori di una guerra che ha restituito un'anima impregnata di desolazione, il desiderio di una grandezza raggiunta senza compromessi, e finalmente riposizionare i tasselli proprio dove devono andare, capendo che la vita – quella difficile, tormentata, imperdonabile – ha plasmato le parole.
Credo che Salinger provasse un disperato bisogno di farsi capire, di far capire il disagio e la fatalità della vita, e l'imprevedibilità del comportamento umano, e che il solo modo per farlo fosse raccontare delle storie. Storie che giustificassero il suo modo di essere senza necessariamente farsi portavoce della sua umanità, così turbata e imperfetta come le storie, nella forma, non dovevano essere. Ecco, dunque, come forse si spiegano la caparbietà, la persistenza, le scelte: tutto in funzione di qualcuno a cui dare la possibilità di carpire la sua vera essenza in parole incontaminate, pure come la vita stessa non sa essere. E in ciò viene anche racchiusa la decisione, ultima, di abbandonare il mondo – dopo che Holden Caufield ha preso prepotentemente il suo posto – per vivere a Cornish, lontano da una notorietà a lungo sperata che si rivela ingestibile, pesante.
Ma la scrittura, quando diventa unica ragione di vita, non la si può abbandonare del tutto...

Noi siamo qui, Jerry. Di sicuro leggeremo tutto quello che ancora non ci hai fatto leggere.


Salinger – Il mistero del giovane Holden non è stato niente di più o di meno di quello che ci si può aspettare: un collage di testimonianze di persone che lo conoscevano, che lo amavano come scrittore, che lo rispettavano, che non lo sopportavano. Proprio come un documentario dovrebbe essere. Due ore per ricostruire la storia di uno degli scrittori più sfuggevoli del Novecento, infarcita di dettagli più o meno inediti e rivolta all'esplorazione dell'uomo, molto più che dello scrittore.
Ma per quanto mi riguarda posso dire che in questa inevitabilmente calcolata trasposizione ho davvero avvertito i disagi e le difficoltà di un uomo che forse non era tagliato per vivere con altre persone, forse avrebbe preferito che la vita fosse un libro da riempire con le sue parole. La compassione mi ha più volte portata alle lacrime, e mi è difficile spiegare oltre.
Una cosa in più però la vorrei dire: quando un Philip Seymour Hoffman sorridente si è messo a difendere Salinger, dicendo che chiunque non abbia sperimentato una fama travolgente non può capire la necessità di lasciarsi tutto alle spalle, ecco, lì non mi sono più riuscita a trattenere.

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